Internazionalizzare per uscire dalla crisi? Sì… ma con criterio!

Internazionalizzare per uscire dalla crisi? Sì… ma con criterio!Novembre 2013. Prendo un appuntamento con un imprenditore dell’hinterland di Bologna. La sua azienda opera nel settore alimentare. Prima di incontrarlo, mi informo sulla sua impresa: do un’occhiata al sito internet, ai suoi bilanci, alla sua forza lavoro, alla sua reputazione in Rete.

Arrivato nello stabilimento, mi accoglie una segretaria dall’aspetto curato, molto sorridente e altrettanto professionale. Avvisato il titolare del mio arrivo, mi fa accomodare su una poltrona, offrendomi un ottimo caffè. Non faccio in tempo a finire di berlo che arriva l’amministratore, il dott. Bianchi, ci salutiamo, mi accompagna nel suo ufficio. L’ambiente è grande, luminoso, ordinato. Già seduto su una poltrona trovo colui che mi viene presentato come “l’ingegnere Rossi”. Ci accomodiamo tutti e tre e iniziamo a chiacchierare.

- L’ho cercata, dottor Casadei, perché abbiamo un problema

- Devo dirle che mi capita spesso, dottor Bianchi! Vediamo se e in che modo potrò esservi d’aiuto

- Lo spero. Vede, noi già stiamo facendo internazionalizzazione ma sono assolutamente insoddisfatto dei risultati che abbiamo raggiunto.

Dopo una quarantina di minuti in cui parliamo dell’azienda, della sua storia, dei suoi prodotti, cerco di scoprire qual è il problema.

- Qual è il mercato sul quale avete deciso di concentrare la vostra attenzione?, chiedo al dottor Bianchi

- La Germania

- Interessante. E cosa vi ha portato a scegliere proprio quel Paese?

- Beh, perché l’ingegner Rossi conosce il tedesco

- Capisco…

Vorrei replicare dicendo che la scelta di concentrarsi sulla Germania perché il responsabile di produzione conosce il tedesco, scartando, ad esempio, la Russia o la Cina perché nessuno in azienda parla il russo o il cinese mi sembra quanto meno azzardata. Ma decido, per il momento, di soprassedere, e proseguo:

- … E come avete deciso di muovervi?

- Beh, abbiamo partecipato per due anni ad una fiera di settore, a Colonia

- Bene. E com’è andata?

- Un disastro, dottor Casadei. Abbiamo speso un sacco di soldi e abbiamo avuto pochissimi ritorni. Tant’è che quest’anno abbiamo deciso di non tornarci. E adesso non sappiamo più se muoverci e, nel caso, cosa fare.

I fatti narrati qui sopra sono appena un po’ romanzati (i nomi sono chiaramente di fantasia) ma i contenuti della conversazione, accaduta veramente, sono stati questi. Così, mentre stavo per rispondere al dubbio per sciogliere il quale ero stato chiamato in azienda, ed avendo acquisito un po’ di fiducia da parte dei miei interlocutori (e dopo aver abbandonato i titoli accademici), ho fatto al mio nuovo cliente questo paragone.

Decidere di internazionalizzare in Germania perché una risorsa interna, pur qualificata, parla il tedesco è come decidere di andare in vacanza a Parigi solo perché alle scuole superiori si è studiato un po’ di francese o perché durante il servizio militare si è conosciuto un commilitone la cui madre era di Lione. Di più: internazionalizzare in un Paese partendo dalla partecipazione ad una fiera, in assenza di una strategia, è come decidere di andare a Parigi in auto, senza controllare in alcun modo il veicolo (il livello dei liquidi, il funzionamento dell’impianto di climatizzazione o di riscaldamento, l’efficienza dei freni, …) e senza avere con sé né un navigatore satellitare e neanche una mappa stradale.

È una soluzione oggettivamente sbagliata e destinata al fallimento? Direi di no. Tutto sommato ci sono vacanze all’insegna del fai-da-te e ispirate ad un certo “spirito di avventura” che possono essere divertenti e motivo di soddisfazione. Ma ce ne sono altre che, al contrario, sono ricordate come un incubo, uno di quelli che ti fa rimpiangere di essere partito.

Non ricordo più dove ma da qualche parte, tempo fa, ho letto che commettere un grave errore strategico avviando un processo di internazionalizzazione è come perdere il primo tempo di una partita: è sempre possibile recuperare ma occorrerà sforzarsi molto durante il secondo tempo e tenere gli occhi aperti e dare fondo a tutte le energie, altrimenti portare a casa la partita diventerà praticamente impossibile.

In un periodo, come quello attuale, in cui in quasi tutti i settori si sperimenta ancora una contrazione dei consumi nazionali, l’idea di orientarsi all’estero è oggetto di attenzione da parte di tantissime piccole e medie imprese italiane. Si tratta, indubbiamente, di una grandissima opportunità per molte ma, al contempo, si tratta di una strada non priva di ostacoli ed insidie. Proprio per questo motivo, è necessario affrontarla in maniera attenta, ponderata: internazionalizzare, in qualunque modo si decida di farlo, è comunque il risultato di una scelta, e di una scelta strategica. Si tratta di un percorso, quello preliminare, che può anche essere lungo ma che è necessario affrontare se si vogliono ottenere risultati significativi.

Chiaramente, è impossibile sintetizzare qui tutte le variabili che vanno tenute in considerazione ma mi piace condividere comunque qualche suggestione, sotto forma di domanda.

Perché stai pensando di internazionalizzare la tua impresa? 

Le ragioni possono essere le più svariate: potresti aver bisogno di integrare le vendite nazionali (perché il mercato italiano non assorbe tutta la produzione), oppure potresti voler implementare progetti di crescita aziendale, o ancora potresti voler sfruttare meglio la notorietà del tuo marchio, o ancora potresti ritenere che in alcuni mercati internazionali potresti vendere a prezzi più alti e marginare meglio, o ancora potresti aver ricevuto già alcuni ordini da clienti stranieri, o ancora potresti ottenere vantaggi fiscali o realizzare economie di scala, … e l’elenco potrebbe essere davvero molto lungo. Ma rispondere a questa domanda – “Perché?” – è fondamentale: la sua risposta dovrà orientare tutto il processo di internazionalizzazione.

Come hai scelto il tuo mercato di interesse?

Oggi come oggi, il tuo prodotto o il tuo servizio possono essere venduti, distribuiti o persino realizzati di fatto in ogni luogo del pianeta. Scegliere in maniera efficace tra così tante opportunità è di importanza fondamentale: lascia stare i commenti che hai ricevuto dai tuoi colleghi imprenditori, dai tuoi fornitori, dai tuoi clienti, … Lascia anche stare le tue sensazioni “epidermiche”: il fatto che tu sia convinto che un mercato sia particolarmente ricettivo per il tuo prodotto o il tuo servizio, e lo sia al prezzo che tu auspichi, non significa che questa scelta sia quella giusta, né che sia la migliore. È necessario compiere, invece, un’analisi attenta, per individuare – in maniera oggettiva – almeno alcuni elementi-chiave, che hanno a che fare con variabili di carattere economico, politico, culturale e demografico. I più grandi insuccessi nei processi di internazionalizzazione cui ho assistito sono imputabili proprio a lacune in questa attività di indagine. Perché la selezione dei mercati è un fattore aritmetico, non una puntata al tavolo verde.

Hai bisogno di risultati di medio/lungo termine o di breve periodo?

Una strategia di internazionalizzazione seria porta risultati nel medio e lungo periodo. Le storielle che qualcuno può raccontarti, secondo cui si sono firmati contratti milionari con un solo viaggio in Cina e senza neanche essere usciti dall’aeroporto di Shenzhen, o sono leggende metropolitane o sono casi più unici che rari e, in quanto tali, non possono essere considerate realistiche per la tua impresa.

Conosci le leggi locali?

Deciso in quale Paese operare, è fondamentale raccogliere informazioni – attendibili e verificate – circa le leggi vigenti in quel posto e applicabili al tuo contesto. “Paese che vai, usanze che trovi”, dice un adagio. Mai come in questo caso, il detto popolare è vero. Rifuggi dal pensiero secondo cui: “Beh, tutto sommato funzionerà come da noi…” perché, il più delle volte, non è così.

Sei disposto a “fare rete”?

Internazionalizzare, per una PMI che si affaccia per la prima volta a mercati stranieri, è spesso un’attività di “networking” perché il suo successo è incredibilmente favorito dalla presenza in loco di relazioni forti. Le risorse, a riguardo, sono tante: le fiere e gli eventi internazionali, le associazioni di categoria, gli uffici dell’Istituto per il Commercio Estero, le aziende speciali delle Camere di Commercio, le associazioni degli italiani all’estero, i distributori e i buyer locali, i consulenti stabilmente presenti sul tuo mercato di interesse, … Investire in questa attività consente di costruire un vero e proprio patrimonio ed aiuta a mantenere una presenza stabile nel Paese.

Hai fatto bene i tuoi conti?

Il processo di internazionalizzazione porta con sé una serie di costi aggiuntivi: penso alla logistica, alle garanzie, ai viaggi e alle trasferte, alla remunerazione degli intermediari, … Per questo, tutto il progetto deve essere tradotto, prima del suo avvio, in un business plan dedicato. Se non lo hai fatto, significa che ancora non sei pronto a partire.

Il tuo assetto organizzativo è pronto all’internazionalizzazione?

Nella stragrande maggioranza dei casi, il processo di internazionalizzazione comporta una ridefinizione dell’organizzazione interna dell’azienda: il coinvolgimento della proprietà e del management, i riflessi dell’internazionalizzazione sulle altre attività dell’impresa, la creazione di un team dedicato, … sono sono alcuni degli elementi che devono essere tenuti in debita considerazione.

 

Ogni tanto, mentre ragiono con qualche cliente su questi e su altri aspetti, mi capita di sentirmi obiettare: “Ma allora, se dobbiamo sciogliere tutti questi nodi, non vale la pena buttarsi sull’estero!”. In realtà, è proprio così. L’internazionalizzazione non è una panacea, un rimedio da ogni male. Né è un processo che si può improvvisare. Al contrario, ci sono tanti motivi che possono rendere controindicata l’apertura verso mercati stranieri (dall’assenza di reali fette di mercato alla difficoltà nella distribuzione; dall’eccessiva complessità delle operazioni di import/export agli ostacoli di carattere normativo; …). Ma, nonostante questo, internazionalizzare, vendere o produrre all’estero può essere una grande opportunità per qualcuno. A condizione che sottenda una strategia.

 

Questo stesso articolo è apparso su comunicazienda.net | consigli pratici per aziende di successo

Safe Bag: la storia di un’azienda che, stanca di non trovare supporto dalle banche, si è rivolta a Borsa Italiana

Safe Bag: la storia di un'azienda che, stanca di non avere il supporto delle banche, si è rivolta a Borsa ItalianaLa Safe Bag è la società, di Gallarate, leader europea nella prestazione dei servizi di protezione bagagli per i passeggeri aeroportuali.

Il suo AD, Rudolph Gentile, è stato protagonista della quotazione della società al FTSE AIM Italia, il mercato riservato alle imprese di piccolo/medie dimensioni di Borsa Italiana: «Non trovavo un supporto finanziario da parte delle banche, nonostante io avessi concreti piani di sviluppo e numeri di tutto rispetto. Per questo ho deciso di rivolgermi a Borsa italiana».

Dice ancora Gentile: «Non avendo trovato nel sistema bancario le risorse che cercavamo per i nostri piani di sviluppo, alcuni partner mi hanno proposto questo percorso verso la Borsa, un percorso che all’inizio mi sembrava inverosimile, ora mi dico che avrei dovuto farlo prima. In pratica attingiamo dal mercato i fondi necessari per sviluppare i nostri progetti».

Nei primi giorni di quotazione la domanda di azioni è stata superiore all’offerta, e la raccolta – in fase di collocamento – ha superato i 3,5 milioni di euro.

Conclude Gentile: «Molte più aziende, con progetti seri, dovrebbero pensare alla quotazione, perché è un vero peccato mortificare percorsi di sviluppo e impegno di tanti anni. Ma se è vera l’impossibilità di lavorare senza un supporto finanziario è anche vero che ci sono altrettante validissime strade, come la Borsa. Basta un’apertura maggiore e una riorganizzazione interna».

Per la cronaca, la storia di Safe Bag è iniziata 17 anni fa, quando la società ha acquistato un macchinario semi abbandonato, dal quale è partita per sviluppare l’idea di avvolgere i bagagli con della plastica trasparente. Oggi, opera in 24 aeroporti nel mondo.

Sulla revoca dei fidi (e sulle segnalazioni in Centrale Rischi)

Sulla revoca dei fidi (e sulle segnalazioni in Centrale Rischi)Quella che segue è, ahimè, una storia vera.

L’azienda “A” ha rapporti con la banca “X”. Tra gli altri servizi di X di cui A gode, ci sono anche un fido a revoca di quasi 80mila euro e un fido a termine di circa 20mila euro. Il fido a termine si avvicina alla sua scadenza naturale, partono delle trattative tra A e X per rinnovarlo, le trattative vanno troppo per le lunghe e alla fine il fido a termine scade. Ma A non va in crisi perché riesce a rientrare dell’affidamento trasferendo liquidità sul proprio conto tenuto presso X.

Tra A e X partono, a questo punto, trattative per la concessione di un finanziamento. Si ragiona di circa 100mila euro. Alla fine X si dichiara disponibile a concedere l’importo, peraltro a condizioni economiche tutt’altro che svantaggiose. Ma, si sa, la decisione definitiva non spetta alla filiale, con la quale chiaramente A ha finora parlato, ma deve andare in delibera negli uffici di direzione. Così, mentre A si rivolge anche alle banche Y e Z per farsi fare preventivi per operazioni analoghe, X va in delibera. Fino a questo momento, A non ha firmato alcunché: l’accordo con la filiale di X è che si attenda l’esito della decisione dei vertici della banca e che A continui a guardarsi attorno, per trovare ulteriori alternative.

Siamo arrivati alla fine della storia: X delibera di concedere il finanziamento concesso ad A, subordinando però tale concessione alla revoca del fido ancora esistente. In altre parole, dice: “Ti do 100mila euro ma me ne riprendo 80mila”. E se la cosa sarebbe di per sé fastidiosa, diventa quasi deliquenziale quando, dal giorno alla notte, A – senza aver ricevuto alcuna comunicazione da X – si ritrova il fido revocato e si accorge di questo solo dal proprio sistema di home banking. E dell’accredito del finanziamento non c’è alcuna traccia.

La situazione, oggi?

Il fido a revoca è a tutt’oggi sparito. Al suo posto, per metterci una pezza, la filiale ha autorizzato un fido a scadenza per lo stesso importo originario. Del finanziamento non c’è alcuna traccia. Nel frattempo, però, A si è vista iscrivere una segnalazione in Centrale Rischi per alcuni giorni di scoperto non autorizzato (dalla revoca del fido all’attivazione di un nuovo fido a scadenza), segnalazione che ha gravemente compromesso la sua credibilità di fronte all’intero sistema bancario. Inoltre, per quei pochi giorni di scoperto “fuori fido”, A corre il rischio di pagare interessi molto pesanti (sappiamo bene quali siano i tassi di interesse passivo per i “fuori fido”) e, nonostante le rassicurazioni della filiale di X, bisognerà aspettare l’estratto conto al 30 settembre per vedere cosa, in concreto, farà la banca a riguardo.

Voglio trarre spunto da questa vicenda, come detto vera e che ha visto vittima un’azienda mia cliente, per fare il punto sulla tematica degli affidamenti, certo che la cosa possa essere utile per qualche lettore di questo blog.

Il “fido” (tecnicamente: l’”apertura di credito“) è un contratto con il quale la banca si obbliga a tenere a disposizione del proprio cliente una data somma di danaro. L’accreditato, cioè il cliente, può utilizzare questa somma più e più volte, attraverso prelevamenti e versamenti.

Il fido può essere “a termine” o “a revoca”.

Si dice che il fido è a termine quando il contratto ha, appunto, un termine fissato fin dall’origine. In questo caso, la banca non può recedervi prima della scadenza se non per giusta causa e comunque non prima di aver concesso un termine di almeno 15 giorni per la restituzione delle somme utilizzate e dei relativi interessi. Così dice l’art. 1845 del Codice civile.

Il fido è invece a tempo indeterminato, o a revoca, quando non è fissata una sua scadenza. Si tratta di affidamenti che, tacitamente, si rinnovano di anno in anno. In questo casa, la banca può recedervi nel “termine stabilito dal contratto, dagli usi o, in mancanza, in quello di quindici giorni”, dice l’ultimo comma dell’art. 1845 del Codice civile. Inutile precisare che, nel contratto di affidamento, il preavviso stabilito è quasi sempre pari a un solo giorno.

Chiaramente, l’imprenditore che si trovi costretto a restituire somme in alcuni casi anche importanti nell’arco di un solo giorno non potrà non sperimentare serie difficoltà.

Va detto, a questo riguardo, che sentenze recenti della Corte di Cassazione hanno sancito l’illegittimità della revoca dell’affidamento se tale revoca è “arbitraria e imprevedibile” in quanto, in questo caso, la revoca del fido contrasterebbe

con la ragionevole aspettativa di chi, in base ai comportamenti usualmente tenuti dalla banca ed all’assoluta normalità dei rapporti in atto, abbia fatto conto di poter disporre della provvista creditizia per il tempo previsto, e non potrebbe perciò pretendersi sia pronto in qualsiasi momento alla restituzione delle somme utilizzate, se non a patto di svuotare le ragioni stesse per le quali un’apertura di credito viene normalmente convenuta

come ha stabilito il Giudice del Tribunale di Roma.

Il provvedimento di revoca del fido, quindi, si configura come abuso del diritto quando possano rinvenirsi queste circostanze:

  • la sostanziale continuità nella situazione economico-finanziaria dell’impresa affidata (cioè non ci siano sostanziali modifiche nell’andamento del saldo del conto corrente; altre banche non abbiano revocato i fidi concessi alla stessa azienda; …)
  • la vitalità finanziaria dell’impresa (in termini di ricavi, giro d’affari, livello di solvibilità, …)
  • l’assenza di sintomi patologici (inadempimenti, decreti ingiuntivi, protesti, pignoramenti, …).

È pacifico principio di diritto comunitario l’illiceità del comportamento della banca quando, senza alcun avvertimento o senza preavviso, chiude il credito fino a quel momento concesso.

Chiaramente, il cliente non ha diritto ad ottenere credito a tempo illimitato ma non è in facoltà della banca non può recedere dal contratto di affidamento senza preavviso, perché questo comportamento viola i principi di correttezza e di buona fede (articoli 1175 e 1375 del Codice civile). Sul punto, è intervenuto recentemente anche il Tribunale di Verona con una sentenza di cui ho dato traccia in questo flash.

Anche la Cassazione si è espressa a riguardo (sentenza n. 4538 del 21 maggio 1997), sancendo che

Resta pur sempre da rispettare il fondamentale principio dell’esecuzione dei contratti secondo buona fede (art. 1375 c.c.), alla stregua del quale non può escludersi che, anche se pattiziamente consentito, in difetto di giusta causa il recesso di una banca dal rapporto di apertura di credito sia da considerare illegittimo, ove in concreto esso assuma connotati del tutto imprevisti ed arbitrari.

Un ultimo appunto. La revoca “brutale” di un affidamento comporta, praticamente in ogni caso, una segnalazione in Centrale Rischi. E questa segnalazione può determinare la revoca degli affidamenti concessi allo stesso soggetto anche da altre banche. Una situazione preoccupante e potenzialmente catastrofica.

Anche per questo è fondamentale procedere ad una verifica della propria posizione nella Centrale Rischi. Nel caso dell’azienda A, raccontando il quale ho aperto questo post, questa verifica è strettamente necessaria ed urgente. Ma più in generale, qualunque azienda pluriaffidata dovrebbe tenere monitorata la propria Centrale Rischi. In questo modo, otterrebbe una lunga serie di preziosi vantaggi:

  • anzitutto, quello di poter rettificare prontamente le segnalazioni errate, per migliorare il proprio rating ed accedere, per converso, a maggiori affidamenti o ad affidamenti a minor costo
  • poi, quello di poter redigere e valutare al meglio il proprio bilancio e le scelte di finanza aziendale
  • ancora, per valutare in maniera organica e consapevole il corretto utilizzo degli affidamenti.

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Rimborsi IVA: Lettonia batte Italia tanto-a-poco

Rimborsi IVA: Lettonia batte Italia tanto a pocoIn questi giorni, sto documentandomi su alcuni aspetti legati al fisco internazionale, in particolare in relazione alla Lettonia.

Per questo, mi è capitata sotto gli occhi una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea (parlo della C-525/11 del 18 ottobre 2012, che i più curiosi potranno trovare qui), pronunciata per definire un contenzioso sorto tra la Mednis SIA, dunque una società di capitali lettone, e Valsts ieņēmumu dienests, che è più o meno l’equivalente lettone della nostra Agenzia delle entrate (a margine, segnalo che il sito del Valsts ieņēmumu dienests è disponibile in 3 lingue; quello dell’Agenzia delle entrate è disponibile in italiano, con una versione in inglese ma con contenuti ridotti).

Oggetto del contenzioso: l’applicazione della Direttiva 2006/112/CE (qui il pdf), relativa al sistema comune d’imposta sul valore aggiunto.

L’art. 183, 1° comma, della Direttiva citata, dispone che

qualora, per un periodo d’imposta, l’importo delle detrazioni superi quello dell’IVA dovuta, gli Stati membri possono far riportare l’eccedenza al periodo successivo, o procedere al rimborso secondo modalità da essi stabilite.

Il 2° paragrafo dell’art. 252, poi, stabilisce che

gli Stati membri fissano la durata del periodo d’imposta ad un mese, due mesi ovvero tre mesi.Tuttavia, gli Stati membri possono stabilire una durata diversa, comunque non superiore ad un anno.

Dalla lettura della sentenza che ho citato sopra, si comprende che, in Lettonia:

  • il periodo di imposta coincide con il mese solare
  • entro il giorno 15 del mese, il soggetto passivo IVA deve presentare una dichiarazione mensile riferita al periodo di imposta precedente e versare l’IVA di periodo
  • se, al momento della dichiarazione, il soggetto passivo IVA si trova a credito, l’eccedenza di imposta può: 1) essere portata a nuovo; 2) essere utilizzata in diminuzione di altre imposte dovute dal contribuente; 3) essere chiesta a rimborso
  • in caso di richiesta di rimborso, l’Erario deve rimborsarla entro 30 giorni dalla richiesta del contribuente (a meno che questi sia oggetto di indagini fiscali oppure che soggetti a questi collegati abbiano debiti d’imposta)
  • l’Amministrazione finanziaria può non procedere al rimborso per l’eccedenza di IVA che supera il 18% del valore complessivo delle operazioni imponibili effettuate nei periodi di imposta mensili. In questo caso, l’eccedenza non rimborsata è restituita al contribuente in occasione della dichiarazione riassuntiva annuale.

Una situazione che, per chi è avvezzo al Fisco italiano, è decisamente paradisiaca. Ma alla Mednis SIA proprio quest’ultima disposizione (quella relativa al rimborso per un credito IVA superiore al 18% delle operazioni imponibili) non andava giù. Per questo ha interpellato la Corte di giustizia per sapere se la clausola introdotta dal Fisco lettone contrastasse o meno con la Direttiva 2006/112.

Secondo la Corte, la Direttiva 2006/112, e segnatamente il suo articolo 183, non autorizza l’amministrazione tributaria di uno Stato membro a riportare, senza procedere ad alcuna verifica specifica e basandosi unicamente su di un calcolo aritmetico, il rimborso di una parte di un’eccedenza d’imposta sul valore aggiunto emersa nel corso di un periodo d’imposta di un mese fino all’esame della dichiarazione fiscale annuale del soggetto passivo da parte di tale amministrazione. Insomma: ha ragione il contribuente; il Fisco lettone ha torto.

Leggendo questa sentenza, ho fatto mente locale che, a differenza della Lettonia, in Italia:

  • il periodo d’imposta coincide con l’anno solare e non si presentano dichiarazioni mensili
  • l’IVA a debito di ciascun mese (o di ciascun trimestre, per i soggetti di minori dimensioni) deve essere versata entro il giorno 16 del mese successivo
  • se, in corso d’anno, risulta un’eccedenza a credito, questa si riporta a nuovo. Tuttavia, al termine dei primi tre trimestri: 1) è possibile compensare l’eccedenza trimestrale con altri tributi, entro i limiti di importo e al verificarsi delle condizioni fissati dall’art. 17 del D.Lgs. 241/1997 e dall’art. 34 della legge 388/2000; 2) è possibile chiedere il rimborso. Sia l’una sia l’altra scelta, tuttavia, sono ammesse solo al verificarsi delle circostanze di cui all’art. 30, 2° comma, e 38bis, 3° comma, del DPR 633/1972
  • l’eccedenza che risulta dalla dichiarazione annuale può essere portata a nuovo oppure compensata oppure chiesta a rimborso, ma sempre entro i limiti e alle condizioni previsti dall’art. 17 del D.Lgs. 241/1997 e dall’art. 34 della legge 388/2000
  • il rimborso, in ogni caso, può essere richiesto solo a determinate condizioni (art. 30, 2° comma, del DPR 633/1972, oppure se dalle dichiarazioni dei due anni precedenti risultano eccedenze detraibili (e, in questo caso, il rimborso può essere domandato in misura non superiore al minore degli importi di queste eccedenze)
  • il rimborso, ove spettante, è versato (ma forse sarebbe più corretto scrivere “dovrebbe essere versato”) entro tre mesi dalla presentazione della richiesta. Questa, almeno, è la scadenza prevista dall’art. 38bis del DPR 633/1972.

Altri dettagli, poi, si dovrebbero aggiungere commenti sul rapporto tra rimborsi IVA e società di comodo,  fermo amministrativo delle garanzie, visto di conformità, canale dedicato per le compensazioni con altri tributi.

Già da questi rilievi appare evidente che la legislazione italiana sui rimborsi delle eccedenze IVA è decisamente più complessa rispetto a quella lettone, al punto che il temporaneo blocco forfetario del 18% previsto dalla legislazione appare un problema (o un vizio) decisamente di poco conto.

Gli estensori della sentenza Mednis hanno, tra l’altro, precisato che

  • il rimborso IVA deve essere effettuato entro un termine ragionevole, mediante pagamento in denaro liquido o con modalità equivalenti
  • il sistema di rimborso adottato dai Paesi membri non deve far correre alcun rischio finanziario al contribuente
  • nella legislazione fiscale lettone, nella quale – come detto – il periodo d’imposta è stabilito in un mese civile, si può verificare il caso che i soggetti passivi ottengano il rimborso integrale di un’eccedenza IVA solo a distanza di un anno o più dal periodo d’imposta nel quale l’eccedenza si è determinata e questo termine non può essere considerato ragionevole e, per questo, lede il principio di neutralità fiscale.

Salvo nei casi di cui all’art. 30, 2° comma, del DPR 633/1972, in Italia il diritto di chiedere il rimborso (quello di riceverlo potrebbe essere oggetto di ulteriori considerazioni…) delle eccedenze IVA è limitato (al minore importo tra le eccedenze dell’anno e dei due anni precedenti) e i limiti sono basati essenzialmente su calcoli aritmetici e non ammettono deroghe. In questo senso, appare evidente una violazione, da parte dell’ordinamento italiano, della Direttiva 2006/112/CE. Il contribuente tricolore, infatti, può ottenere il diritto a richiedere il rimborso dell’eccedenza di imposta a distanza di tre anni da quando questa eccedenza è emersa, peraltro senza garantire al soggetto passivo alcun interesse compensativo.

Sui rimborsi IVA, quindi la Lettonia batte indubbiamente l’Italia, a mani basse.

(nella foto, il Monumento all’Euro eretto a Riga. Dal 1° gennaio 2014, la Lettonia sarà il 18° stato membro dell’unione monetaria)

Banca Marche (finalmente) commissariata da Bankitalia. Consigli per i correntisti

Banca Marche (finalmente) commissariata da Bankitalia. Consigli per i correntistiÈ di ieri la notizia che Banca Marche è stata commissariata per due mesi da Bankitalia. I commissari Giuseppe Feliziani e Federico Terrinoni, che hanno dunque avocato le funzioni del consiglio di amministrazione e del collegio dei revisori dei conti, hanno il compito di rassicurare i depositanti sul regolare funzionamento dell’istituto e su una gestione ispirata a criteri sani e prudenti.

La vicenda di Banca Marche è assai complessa e in essa si mescolano mala gestio da parte degli ex apicali dell’istituto (con conseguente inattendibilità dei dati di bilancio) e possibili responsabilità penali da parte di alcuni alti dirigenti della banca.

In questa situazione sicuramente difficile, capace di minare l’equilibrio economico e finanziario dell’imprenditoria locale, mi permetto alcuni modesti consigli per i correntisti dell’istituto (per il quale, peraltro, fino a 8 anni fa lavoravo).

Intestatari di c/c su base attiva

Consiglio ai titolari di conti correnti attivi e non affidati di estinguere i rapporti e trasferire le somme su altri istituti.

Intestatari di c/c attivi ma con linee di credito concesse

Consiglio ai titolari di conti correnti con linee di credito accordate ma attualmente attivi di iniziare a valutare la possibilità di trasferire il rapporto presso altri istituti, anche al costo di accettare condizioni economiche (leggermente) sfavorevoli. Non appena trovata un’alternativa, vale il suggerimento di cui sopra: estinguere i rapporti.

Intestatari di c/c passivi

Consiglio ai titolari di conti correnti passivi un atteggiamento “attendista”, volto a trasferire (progressivamente ma senza perdite di tempo) la propria esposizione su altri istituti, anche al costo di accettare condizioni economiche (leggermente) sfavorevoli.

A questi correntisti, consiglio caldamente, inoltre, di rimandare al mittente eventuali (e probabilissime) richieste di rientro sui fidi concessi. Non è possibile creare liquidità per il normale ciclo dei pagamenti e per estinguere una linea di credito per la quale non era prevista la restituzione. In caso di minacce (anche queste tutt’altro che improbabili) di segnalazioni in Centrale Rischi, procedi con una diffida, poiché la banca non può segnalare un proprio cliente se è in corso un contenzioso.

Il consiglio, quindi, è quello di:

  • congelare il passato
  • impostare nuovi rapporti con altri istituti
  • verificare la presenza, nella storia dei propri rapporti con Banca Marche, di anomalie finanziarie, come anatocismo e usura
  • dimostrare alle altre banche con le quali si hanno rapporti la volontà di procedere ad un aumento di capitale o ad un finanziamento da parte dei soci, comunque subordinati all’arrivo di nuove aperture di credito da parte del sistema bancario.

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Anatocismo ed usura: mio intervento alla Redway Manager Academy di luglio

Anatocismo ed usura: mio intervento alla Redway Manager Academy di luglioIl 18 luglio scorso ho partecipato, nella splendida cornice del Radisson Blu Resort di Galzignano Terme (PD), alla Redway Manager Academy.

L’amica e collega Flavia Fabris mi aveva chiesto di preparare un intervento in linea con il fil rouge dell’evento, che era “Attitudini & atteggiamenti“. Argomento stimolante che, se applicato al mondo dell’impresa, offre davvero tanti spunti di riflessione.

Spesso, troppo spesso, riscontro negli imprenditori un atteggiamento di sudditanza nei confronti delle banche, le cui decisioni (o “non decisioni”, a seconda dei casi) sono quasi sempre subìte quasi fossero un dato ineluttabile, contro il quale il cliente-titolare d’impresa non ha alcuna arma da utilizzare a difesa dei propri interessi.

Traendo spunto da questa riflessione, ho deciso di approfondire un po’ le tematiche delle anomalie finanziarie dei conti correnti parlando, specificatamente, di anatocismo e di usura. Sono due fenomeni, questi, infatti, che costituiscono spesso il primo segnale di un atteggiamento succube dell’imprenditore nei confronti degli istituti di credito.

Il mio pensiero a riguardo? La tua banca ti ha sicuramente addebitato interessi anatocistici in passato, perché quella dell’interesse composto è stata prassi ampiamente seguita dagli Anni Cinquanta fino ai primi Anni Duemila. Ed è tutt’altro che peregrina l’ipotesi che uno o più dei tuoi conti correnti affidati sia stato oggetto di interessi usurari, non perché la banca sia costituita da strozzini ma perché l’incremento di spese e commissioni, oltre a tassi di interesse spesso piuttosto alti, può portare a superare le soglie imposte dalla legge.

Questo non vuol dire che occorre avviare un contenzioso contro le banche con le quali si hanno (o si hanno avuto) rapporti, perché ogni situazione fa storia a sé ed occorre effettuare diverse valutazioni prima di decidere se e in che modo procedere. Ma un dato è certo: non c’è alcun motivo per non controllare la regolarità dello storico dei propri conti correnti affidati. Si potrà riscontrare l’assenza di anomalie (caso raro, ma pur sempre possibile) oppure si potranno rilevare dei vizi. In quest’ultimo caso, le possibilità di intervento potrebbero essere diverse e si potranno vagliare tutte, al fine di garantire il giusto equilibrio tra il mantenimento degli equilibri aziendali e l’ottenimento di maggiore liquidità.

È un po’ come se si sospettasse di aver contratto qualche malattia, più o meno grave: la prima cosa da fare è andare dal medico perché questi, magari facendo eseguire qualche esame di laboratorio, possa formulare una diagnosi. Poi si potrà decidere come combattere contro la malattia: potrebbe passare da sola, potrebbero volerci un po’ di pillole oppure bisognerà procedere con qualcosa di più deciso. In ogni caso, dalla diagnosi non si può prescindere.

Si tratta di cambiare atteggiamento: smettiamola di essere “schiavi” delle banche e di considerarci avversari inferiori per tecnica e tattica. Ristabilire un nuovo tipo di rapporto non solo è possibile ma è persino doveroso.

Se vuoi, puoi scaricare la newsletter della RMA di luglio cliccando qui. Inoltre, puoi scaricare le slide del mio intervento cliccando qui.

Infine, se vuoi saperne di più su anatocismo e usura e, più in generale, sui vizi dei rapporti bancari, mandami un’e-mail.

 

P.S.: Tanto per sorridere un po’, ho aperto il mio intervento con un evergreen di Enrico Brignano:

 


Non ditemi che abbattere i costi aziendali è impossibile

Non ditemi che abbattere i costi aziendali è impossibileIn tempi in cui appare spesso difficile incrementare i fatturati, molte aziende stanno riscoprendo l’importanza dell’abbattimento dei costi.

Le spese improprie, le gestioni economiche prive di strategia, le scelte operative non valutate opportunamente sono, purtroppo, ancora all’ordine del giorno delle piccole e medie imprese del nostro Paese.

Le prassi, la trascuratezza e la stanchezza giocano un brutto ruolo a riguardo. Quante volte mi sono sentito dire: “Guarda… ci ho provato già un sacco di volte ma tanto qui quello che c’era da tagliare l’ho già tagliato“. Il punto è che la riduzione dei costi è un’attività che non implica semplici lavori “contabili” ma prevede ristrutturazioni organizzative, in alcuni casi modifiche delle stesse metodologie di produzione e, prima ancora, incide sull’esperienza del management.

Scoprire che una delle regole auree del fare impresa, quella che impone che ogni costo determini un beneficio economico di pari o superiore entità, viene ancora tante volte violata non sarà una sorpresa. Ma prenderne atto potrà portare grandi benefici alla tua azienda.

> Vuoi saperne di più? Mandami un’e-mail.

Banche e impresa: è uscito il mio nuovo e-book

Banche e impresa. Come migliorare il rapporto tra la tua azienda e le banche anche in tempo di crisiÈ uscito ieri il mio secondo e-book pubblicato da Bruno Editore: Banche e impresa. Come migliorare il rapporto tra la tua azienda e le banche anche in tempi di crisi.

Si tratta di un lavoro che nasce dalla mia esperienza professionale quotidiana e dal desiderio di aiutare tanti piccoli e medi imprenditori che vivono, oggi più che in passato, un rapporto conflittuale con gli istituti di credito. Ho voluto affrontare alcuni aspetti tecnici, con un linguaggio per “non addetti ai lavori”, affinché il lettore possa giocare la partita contro la banca come un atleta che non solo vuole partecipare ma vuole anche vincere. Perché, contrariamente ai luoghi comuni che circolano sul tema, il protagonista nella relazione impresa/banche può e deve essere l’imprenditore.

Questi i moduli del corso:

  1. Come ragionano le banche
    1. Che cos’è il capitale di vigilanza e come si calcola
    2. Come si calcola il rischio di credito e cos’è il sistema di rating introdotto da Basilea 2
    3. Quali sono gli strumenti di analisi economico-finanziaria necessari per orientare le tue scelte
    4. Su cosa si basa il sistema premiante delle banche e chi può puntare ad ottenere finanziamenti a costi modesti
  2. Come comunicare meglio con le banche
    1. Come rendere più agevole l‘analisi del bilancio d’esercizio
    2. Perché è importante trasmettere alla banca informazioni di carattere qualitativo
    3. Come pianificare il rapporto di comunicazione tra te e la tua banca
    4. Come preparare dei piani finanziari ispirati al principio della ragionevolezza e della prudenza
  3. Come aumentare gli affidamenti
    1. Che cos’è il multiaffidamento e come gestirlo in maniera efficace ed oculata
    2. Come monitorare la scadenza dei fidi accordati per giocare d’anticipo coni tempi della banca
    3. Come creare un cuscinetto di liquidità per la tua azienda
  4. Come scegliere tra i finanziamenti bancari
    1. Quali sono i tre errori da non commettere nella politica di finanziamento delle imprese
    2. Quali sono i quattro strumenti di finanziamento adatti per il ciclo incassi/pagamenti
    3. Come risolvere il problema della sotto-capitalizzazione ricorrendo ai cosiddetti prestiti partecipativi.

L’e-book si può acquistare dal sito dell’editore. Tieni presente che, con un’unica operazione, avrai diritto:

  • all’e-book in formato PDF, ottimizzato per PC e Mac
  • al file in formato epub, ottimizzato per iPad, iPhone, tablet, smartphone ed eReader
  • al file in formato mobi, ottimizzato per Kindle ed Ebook reader
  • a download illimitati ed aggiornamenti gratuiti (se lo perdi o se il testo viene aggiornato? Lo riscarichi. Gratis per sempre)
  • l’attestato del corso, col tuo nome e cognome.

Se vuoi saperne di più o se vuoi un’anteprima gratuita dell’e-book, mandami un’e-mail.

Anatocismo e usura: facciamo il punto della situazione

Anatocismo e usura: facciamo il punto della situazioneAnatocismo

L’anatocismo è una delle più frequenti anomalie che si possono rilevare nella gestione dei conti correnti bancari affidati.

La parola deriva dal greco (anà – di nuovo + tokòs – interesse) e fa riferimento alla capitalizzazione degli interessi su un capitale, affinché questi siano, a loro volta, produttivi di altri interessi. In parole povere, l’anatocismo è il calcolo degli interessi sugli interessi.

Un esempio aiuterà a chiarire.

Supponiamo che la banca ci abbia concesso un affidamento di 100.000,00 euro, al tasso annuo del 10% (è un esempio, quindi possiamo permetterci di ragionare su tassi molto bassi!). Supponiamo anche che questo affidamento sia utilizzato per intero e per l’intero anno. In un regime di capitalizzazione semplice degli interessi, al termine dei dodici mesi il nostro debito verso la banca dovrebbe essere pari a:

Capitale al 01.01.2013 100.000,00
Interessi (10% su 100.000,00) 10.000,00
Totale debito al 31.12.2013 110.000,00

In presenza di pratiche anatocistiche, lo scenario sarebbe molto diverso:

Capitale al 01.01.2013 100.000,00
Interessi dovuti per il I trimestre (2,50% su 100.000,00) 2.500,00
Totale debito al 31.03.2013 102.500,00
Capitale al 01.04.2013 102.500,00
Interessi dovuti per il II trimestre (2,50% su 102.500,00) 2.562,50
Totale debito al 30.06.2013 105.062,50
Capitale al 01.07.2013 105.062,50
Interessi dovuti per il III trimestre (2,50% su 105.062,50) 2.626,56
Totale debito al 31.09.2013 107.689,06
Capitale al 01.10.2013 107.689,06
Interessi dovuti per il IV trimestre (2,50% su 107.689,06) 2.692,23
Totale debito al 31.12.2013 110.381,29

Si è dunque passati da un debito complessivo di 110.000,00 euro ad un debito complessivo viziato da anatocismo di 110.381,29 euro. E chiaramente i risultati sarebbero ancora più significativi in presenza di capitali o saggi di interesse più alti.

I bancari definiscono questa pratica come “capitalizzazione composta degli interessi“. Essa, a differenza della cosiddetta “capitalizzazione semplice”, determina una crescita esponenziale del debito. Si tratta di un istituto conosciuto (e dunque praticato) dagli albori del prestito ad interesse.

In Italia, l’anatocismo è vietato dall’art. 1283 del Codice civile, che recita:

In mancanza di usi contrari, gli interessi scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, e sempre che si tratti di interessi dovuti almeno per sei mesi.

Nonostante ciò, per mezzo secolo l’anatocismo è stato applicato in maniera pressoché generalizzata nella prassi bancaria italiana. Questo anche grazie all’avallo della giurisprudenza, che ha affermato la validità delle clausole di capitalizzazione trimestrale.

Nel 1999, la Corte di Cassazione ha invertito il proprio orientamento, iniziando ad affermare l’illiceità della clausole di capitalizzazione trimestrale.

Sul tema, è intervenuto anche il Governo che, con il decreto legislativo n. 342/1999, ha modificato l’art. 120 del decreto legislativo n. 385/1993 (Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, TUB). Nella sua attuale formulazione, il TUB oggi prevede il principio di eguale cadenza di capitalizzazione dei saldi attivi e passivi. La norma transitoria introdotta dal d.lgs. n. 342/1999, che prevedeva una sanatoria per il pregresso, è stata dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale, con la sentenza n. 425 del 17 ottobre 2000.

Venuta meno questa norma transitoria, la Corte di Cassazione ha proseguito a ribadire il suo approccio più recente, volto a negare la legittimità dell’anatocismo, estendendo i suoi rilievi non solo ai rapporti di conto corrente ma anche ai contratti di mutuo.

L’illegittimità dell’anatocismo è stata confermata anche dalla Sezione Civile del Tribunale di Forlì, nella sentenza del 4 settembre 2012 (giudice Vacca).

In presenza di anatocismo, oggi la banca è senza dubbio tenuta al rimborso delle somme ingiustamente incassate dal cliente, oltre agli interessi legali. Inoltre, il giudice di merito può riconoscere al cliente il risarcimento del danno esistenziale o biologico da questi eventualmente sofferto.

Usura

L’usura è la pratica consistente nel fornire prestiti a tassi d’interesse considerati illegali, socialmente riprovevoli e tali da rendere il loro rimborso molto difficile o impossibile.

In Italia, l’usura è un reato, previsto e punito dall’art. 644 del Codice penale, che recita:

Chiunque [...] si fa dare o promettere, sotto qualsiasi forma, per sé o per altri, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità, interessi o altri vantaggi usurari, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da euro 5.000 a euro 30.000.

Anche le banche possono applicare condizioni usurarie ai propri clienti e lo sa anche il legislatore, che ha previsto una specifica aggravante proprio per il caso in cui

il colpevole ha agito nell’esercizio di una attività professionale, bancaria o di intermediazione finanziaria mobiliare

come recita il punto 1) del 5° comma dello stesso art. 644.

Con l’approvazione della legge n. 108/1996, il legislatore ha ampliato in modo notevole l’ambito di applicazione del reato di usura. Oggi, infatti, la norma non è più relegata ad operare esclusivamente nei casi in cui si verifichi uno “stato di bisogno” del debitore, del quale qualcuno si sia approfittato, ma si applica ogni qual volta un determinato tasso di interesse viene superato.

La stessa legge, modificando quindi sia l’art. 644 del Codice penale sia l’art. 1815 del Codice civile, ha stabilito che il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari quando superano il

tasso medio risultante dall’ultima rilevazione pubblicata nella Gazzetta Ufficiale [...], relativamente alla categoria di operazioni in cui il credito è compreso, aumentato della metà

La rilevazione cui fa cenno la norma è quella effettuata trimestralmente dalla Banca d’Italia, per conto del Ministro dell’Economia e delle Finanze. Tecnicamente, il tasso medio rilevato dalla Banca Centrale è detto T.E.G.M. (Tasso Effettivo Globale Medio)

Nel calcolo degli interessi, è oramai pacifico che siano considerati non solo gli interessi debitori ma anche le commissioni (quindi anche la Commissione di massimo scoperto, oggi Commissione di disponibilità fondi), le altre remunerazioni a qualunque titolo garantite alla banca e le spese, con la sola esclusione delle imposte e delle tasse.

In sintesi, dunque:

  • se il tasso complessivamente pagato dal correntista è superiore al T.E.G.M. (ad esempio il 10%), si verifica l’ipotesi di usura ai sensi della legge n. 108/1996
  • se il tasso complessivamente pagato dal correntista è superiore al T.E.G.M. incrementato della metà (ad esempio 10% + 10% / 2 = 15%), si verifica l’ipotesi di usura ai sensi dell’art. 644 del Codice penale.

Dal 1° luglio 2011, il metodo di calcolo del tasso soglia è stato modificato: lo spread percentuale è stato ridotto dal 50% al 25% ed è stato aggiunto un margine fisso di 4 punti percentuali.

In sintesi, dunque:

  • se il tasso complessivamente pagato dal correntista è superiore al T.E.G.M. (ad esempio il 10%), si verifica l’ipotesi di usura ai sensi della legge n. 108/1996
  • se il tasso complessivamente pagato dal correntista è superiore al T.E.G.M. incrementato del 25% e di 4 punti percentuali (ad esempio 10% + 2,50% + 4 = 16,50%), si verifica l’ipotesi di usura ai sensi dell’art. 644 del Codice penale.

Può succedere ancora oggi che le banche applichino interessi usurari? Certamente sì. Nel novembre 2012, il Consiglio di amministrazione della Banca di credito cooperativo di Capaccio Paestum è stato rinviato a giudizio dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Salerno proprio per il reato di usura.

Fatta salva l’applicazione della sanzione penale in capo alla banca, nel caso di superamento del tasso soglia, le competenze del trimestre in cui si è rilevata la pratica usuraia devono essere azzerate, in quanto non dovute e indebitamente sottratte dalla banca al correntista: esse sono quindi stornate dal saldo del conto e non concorrono alla formazione di interessi passivi nei trimestri successivi.

Perché è importante far controllare i propri rapporti bancari per verificare l’eventuale presenza di condotte anatocistiche o usuraie?

I motivi per far controllare da un esperto i “riassunti scalari” dei tuoi conti correnti sono davvero numerosi:

  • potrai avere maggiore consapevolezza del tuo ruolo nel rapporto tra banca e cliente
  • potrai scoprire di avere un credito, in alcuni casi anche significativo, da riscuotere presso la tua banca
  • potrai utilizzare l’esito dell’analisi per concordare nuove condizioni con la tua banca
  • potrai guadagnare tempo per gestire eventuali criticità già in essere con il tuo istituto di credito.

Vuoi saperne di più? Mandami un’e-mail e, senza alcun impegno, ti fornirò tutte le informazioni necessarie.

Flash. La banca non può recedere senza preavviso dall’affidamento concesso al proprio correntista

È della fine del 2012 un’interessante ordinanza emessa dal Tribunale di Verona (24 dicembre 2012, Est. Pier Paolo Lanni) secondo la quale la banca non può recedere in modo repentino e senza alcuna motivazione oggettiva da un contratto di apertura di credito in conto corrente a tempo indeterminato (il cosiddetto “affidamento”). Questo comportamento, ha stabilito il giudice, è da considerarsi contrario alla buona fede.

In questi casi, secondo il Tribunale veneto, il recesso deve considerarsi inefficace per il tempo ragionevolmente necessario al correntista per reperire i soldi necessari al rientro.