Ho trovato questo romanzo breve mentre passeggiavo tra le corsie di una libreria di Ancona. Non avevo letto alcuna recensione ma il nome dell’autore non mi era nuovo: Ben Jelloun (1944-vivente; qui una sua intervista rilasciata al Caffé letterario) è, infatti, uno scrittore marocchino, premiato dal Segretario delle Nazioni Unite con il Global Tolerance Award per il suo Il razzismo spiegato a mia figlia (che sarà una delle mie prossime letture).
Nelle poche pagine di L’ultimo amico è narrata la storia di una drammatica amicizia tra Ali e Mamed, legati da un rapporto più che trentennale. Il volumetto è diviso in quattro parti: nelle prime due Ali e Mamed narrano la propria esperienza amicale, familiare e personale, ciascuno dal proprio punto di vista; nella terza, le vicende dei due protagonisti sono commentate da Ramon, conoscente di entrambi. La quarta contiene la lettera-confessione, scritta da Mamed ad Ali negli mesi di vita del primo.
L’invenzione narrativa di Ben Jelloun è assai abile. Forse condita con un po’ di crudeltà, quella crudeltà dell’esistenza che a volte decide a caso del nostro futuro. Decisamente una bella lettura. Leggera e profonda al tempo stesso: leggera per la scorrevolezza dello scrivere dell’autore; profonda per la sua capacità di scavare nell’animo dei protagonisti e di introdurre il lettore nel loro intimo.
“Ci completavamo, avevamo bisogno l’uno dell’altro. Questa cosa ce la dicevamo reciprocamente e ne eravamo quasi fieri. Come me, anche lui preferiva la fraternità d’elezione alla fraternità di sangue” (cit.)




