Magnani (Enit), un esempio di virtù

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Si chiama Eugenio Magnani ed è il direttore generale facente funzioni dell’Enit, l’agenzia nazionale che si occupa di turismo. Sino a poco tempo fa, Magnani percepiva, per il suo incarico, un compenso di 114 mila euro all’anno. Parliamo di danaro pubblico, ovviamente.

Con una delibera del 19 marzo, Magnani ha proposto al cda dell’Ente un aumento del 75% del suo compenso, portandolo così a 198 mila euro all’anno. E ci si riferisce solo alla retribuzione fissa.

In tempi in cui, da più parti, si dovrebbe “tirare la cinghia”, l’idea del manager non pare essere particolarmente brillante. Sicuramente non è commendevole. Certo non è l’unico esempio di indebita lievitazione dei costi dello Stato.

V’è da dire, comunque, che l’Enit ha recepito l’istanza volta a realizzare “tagli” nella spesa pubblica, voluti dalla Legge finanziaria. Sì, tant’è che i gettoni di presenza per i consiglieri di amministrazione sono stati ridotti - sempre su proposta di Magnani - da 10 a 9 mila euro all’anno. E giustizia sia!

Intanto domani è il 1° maggio, festa dei lavoratori. Che programmi avrà il dottor Magnani?

Riminigo.com e la lingua italiana

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Lo so: non sono questioni di vitale importanza, specie di questi tempi in cui ben altre dovrebbero essere le nostre preoccupazioni. Sono rimasto, però, negativamente colpito da alcuni dettagli di RiminiGo.com. Il sito è realizzato dalla “divisione di Riviera di Rimini Promotions Srl, specializzata nella distribuzione dei voli che collegano l’aeroporto di Rimini alle principali città europee”. Alla Rimini Promotions Srl partecipano, in qualità di soci, le Associazioni Albergatori di Rimini, Bellaria, Cattolica e Misnao Adriatico, quattro cooperative di albergatori (la “Turismhotels” di Bellaria, la “Promozione Alberghiera” di Rimini, la “Promhotels” di Riccione e la “Adac” di Cesenatico), la cooperativa di promizione turistica riminese “Intur FIPE” e la Fiavet dell’Emilia Romagna. Insomma: un soggetto istituzionale importante nel settore del turismo.

Si tratta, evidentemente, di gente che sa fare il proprio mestiere ma che fa un po’ più di fatica con la lingua italiana. La critica nasce da questa pagina, dove si trova la frase che segue:

Errori nel sito riminigo.com

I “refusi”, se vogliamo chiamarli così, sono evidentemente due:

    anzitutto, la frase ha due soggetti: “Il Timetable” ed il pronome “lo”, che segue il verbo “scaricare”
    inoltre, l’avverbio “qui” non vuole l’accento finale (forse perché “non si confonde con nessun’altra parola”, come insegnavano una volta le maestre elementari.

Provo a segnalare le cose al webmaster del sito. Quanto sono rompiscatole, a volte!

Berlusconi assolto al Processo SME

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Era il 1995 quando la “teste Omega”, al secolo Stefania Ariosto, iniziava a parlare ai pm milanesi di tangenti versate dalla Fininvest ai giudici romani per “aggiustari” processi in cui il gruppo era coinvolto. Tra questi ultimi, anche quello legato alla compravendita della Sme. Cinque anni dopo iniziava il processo. In primo grado - era il 2003 - Cesare Previti, Attilio Pacifico, Renato Squillante venivano condannati, mentre la posizione di Silvio Berlusconi veniva stralciata. Nel 2004, il Tribunale di Milano dichiarava prescritta l’accusa nei confronti di Berlusconi per le somme versate a Squillante e lo assolveva per la vicenda Sme perché “non vi è prova certa della corruzione”.

Secondo la Corte d’Appello, “manca o è insufficiente o è contradditoria” (come dice l’articolo 530 del Codice penale) la prova che Berlusconi abbia versato, come sostenuto dall’accusa, 434mila dollari a Squillante ed altri 100milioni tramite un bonifico transitato da un conto di Pietro Barilla su uno di Previti. Lo stesso dicasi per i presunti versamenti in contanti di cui aveva parlato la Ariosto. Per la mancata vendita della Sme dall’iri alla Cir di De Benedetti e per la corruzione del giudice romano Filippo Verde, secondo i magistrati di secondo grado, “il fatto non sussiste“.

Fabrizio Cicchitto (FI): “L’assoluzione smonta definitivamente un teorema frutto di una persecuzione giudiziaria senza precedenti, messo in piedi da una parte della magistratura milanese, con il contributo di alcuni mezzi di informazione, due dei quali di proprietà di Carlo De Benedetti”.
Roberto Calderoli (Lega): “Senza questo processo, oggi la Cdl sarebbe al Governo”.
Gianfranco Fini (An): “La verità è stata finalmente accertata anche in sede processuale”.
Rocco Buttiglione (Udc): “La sentenza è un colpo al fanatismo che ha cercato di demonizzare la politica in Italia”.
Francesco Cossiga (Misto): “Tenere sotto tiro un leader politico per undici anni mi sembra un po’ troppo”.
Romano Prodi (Ulivo): “Ho sempre creduto nella giustizia, va bene così”.
Fausto Bertinotti (Prc): “No comment”.
Cesare Salvi (Ulivo): “La magistratura non è compromessa con la politica”.
Antonio Di Pietro (Idv): “Coerenza vorrebbe che Berlusconi e tutti coloro che siedono in Parlamento mettessero al primo posto delle priorità l’espulsione di Previti”.

“Le civiltà non si scontrano, competono”

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Kill it, cook it, eat it

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Ammazzalo, cucinalo, mangialo” è il nome di un programma trasmesso dal 5 al 7 marzo scorsi dalla BBC Inglese, condotto da Richard Johnson (nella foto) e Rachel Green. Il pubblico del programma ha seguito dal vivo la vita degli animali destinati all’alimentazione umana, dall’allevamento al macello: tutto è stato filmato e mandato in onda.

Non sono mancate le scene “dure”: ha colpito allo stomaco il fumo esalato dalla testa di un suino collassato dopo aver subito l’elettrocuzione, prima di essere gettato nell’acqua bollente ed essere scuoiato. L’immagine è stata resa ancora più raccapricciante dal filmato che ritraeva lo stesso animale da cucciolo: un tenero ed affettuoso maialino rosa.

Non posso che plaudire all’iniziativa dell’emittente inglese. Alla domanda di un allevatore (”Mi chiedo se il pubblico abbia bisogno di vedere queste cose”) non possiamo che rispondere con un “Sì” deciso. Perché se anche solo poche persone saranno rimaste toccate dalle immagini trasmesse (in molti continueranno a pensare “Sono solo animali”, reclamando il proprio “diritto alla bistecca”), quelle stesse persone non potranno più far finta di non sapere. Avranno gli strumenti necessari per fare una scelta coraggiosa. Gli altri potranno continuare a tenere gli occhi chiusi, e mangiare le loro braciole di maiale cotte sulla griglia.

Scritte contro Bagnasco: ipotesi investigative

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Non voglio suggerire alcunché alle Forze dell’Ordine che stanno indagando sulle (ormai tante) scritte contro monsignor Angelo Bagnasco (già arcivescovo della mia città) comparse sui muri italiani. Tuttavia… non riesco a non nutrire qualche sospetto su una pingue donna bionda, con uno zainetto rosso sulle spalle, che porta a passeggio una bimba con un maglioncino verde…

[Via Attentialcane]

Sull’estinzione dei dinosauri…

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Armani contro Armani

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Pochi giorni fa ho parlato della vicenda Kremen/Cohen, relativa al dominio sex.com. Un post non può, a questo punto, non essere dedicato alla querelle Armani/Armani, relativa al dominio armani.it. Le due parti non sono tra loro imparentate. Uno è Luca Armani, titolare di un timbrificio di Treviglio. L’altro è Giorgio Armani che, come si dice in questi casi, non ha bisogno di presentazione. Il primo, nel 1997, registra il dominio armani.it, visto che nessuno non l’aveva ancora fatto. Nel 1998, però, i legali dello stilista lo contattano, chiendendogli di oscurare il sito. Ne scaturisce una causa civile, promossa davanti al Tribunale di Bergamo, che si conclude con una sentenza che dà ragione al Re Giorgio. Secondo i giudici, infatti, “il titolare del timbrificio, sfruttando l’indiscutibile capacità attrattiva del marchio Armani, ottiene un notevole guadagno in termini di pubblicità. Guadagno peraltro indebito, perché derivato dallo sfruttamento dell’enorme fama acquisita dal marchio in questione, che richiama un vastissimo numero di utenti Internet”.

Così Luca Armani ha registrato un nuovo sito, armani2.it, ma non si è ancora rassegnato. Anzitutto intende avviare una catena di franchising nel settore della moda, ma soprattutto ha richiesto un parere alla Commissione europea per sapere se la registrazione di un cognome come marchio, diventato poi marchio supernotorio, impedisca l’uso legittimo e leale in ambito commerciale dello stesso cognome da parte di chi lo porta.

Insomma: Luca Armani è un uomo tenace (nonostante i problemi causati da questa vicenda: “Ci ho rimesso la salute, il lavoro e l’armonia familiare”, ha dichiarato). E sicuramente saprà che nel 2003 la Giorgio Armani spa ha perso una causa analoga, presso un tribunale di Vancouver, in Canada. Lì, l’oggetto del contendere era il dominio armani.com. Sapete chi l’aveva registrato? Un uomo d’affari, che di cognome fa Mani e le cui iniziali dei nomi sono A e R (dunque A.R. Mani), la cui resistenza ha trovato accoglimento da parte della magistratura canadese.

Kiwi!

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Guardate questo bel video, che oserei definire romantico, il cui protagonista è un esemplare di kiwi. Io l’ho capito solo alla seconda visione…

Dal foglio di carta al Web 2.0

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[Via WebWrite]