“Decreto espulsioni”: una norma troppo discrezionale
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Comincia oggi la mia collaborazione con “Agorà11“, “la sezione di 11minuti in cui blogger affermati giovani giornalisti possono pubblicare i propri articoli e discuterne” con i lettori e con la redazione della testata, diretta da Marco Taradash (qui il suo blog). Il mio primo articolo è disponibile qui.
Quello delle espulsioni dei cittadini comunitari era, nelle intenzioni del Ministro dell’Interno, un argomento delicato, sul quale la decisione finale e ponderata sarebbe dovuta spettare al Parlamento. Per questo, il Viminale aveva giustamente predisposto un disegno di legge da sottoporre all’attenzione del legislatore.
Poi a Roma è stata uccisa, forse per mano di un giovane cittadino rumeno, Giovanna Reggiani. E mentre i politici di entrambi gli schieramenti s’impegnavano nel consueto gioco del “rimpallo delle responsabilità”, il Governo ha deciso di trasformare quel disegno di legge in un decreto legge, sì da garantirgli l’immediata entrata in vigore, accantonando tutti i “buoni propositi” relativi alla supremazia legislativa del Parlamento esternati da Amato.
La decisione ha sollevato non poche perplessità: su temi così delicati, un Governo può prendere decisioni sulla scorta dell’emotività generata da un esecrabile episodio di cronaca oppure deve ragionare “guardando in alto”, per il bene del Paese? Ma ormai il provvedimento è, formalmente, in vigore e a destare le maggiori preoccupazioni sono, ora, i margini di discrezionalità previsti dalla norma approvata da Palazzo Chigi, nonché il coordinamento tra il decreto legge e la legislazione comunitaria.
Nel febbraio del 2007, infatti, l’Italia ha recepito la direttiva n. 38/2004 del Parlamento e del Consiglio dell’Unione, che detta i principi in tema di libertà di circolazione e di soggiorno dei cittadini degli Stati membri. La direttiva comunitaria disciplina i limiti posti a tale libertà, correlati a ragioni di ordine pubblico o di pubblica sicurezza e stabilisce che i cittadini comunitari hanno diritto di soggiornare in un altro Stato membro per un periodo non superiore a tre mesi, a condizione che svolgano un’attività lavorativa o dispongano, comunque, di risorse economiche sufficienti alla sussistenza.
In virtù del decreto legislativo entrato in vigore il 2 novembre scorso, il potere di allontanare un cittadino comunitario per motivi di pubblica sicurezza è stato conferito ai Prefetti e riservato al Ministro dell’Interno solo per cittadini che soggiornano in Italia da più di dieci anni o per i minorenni. In presenza di «motivi imperativi di pubblica sicurezza», l’allontanamento è eseguito dal Questore, previa convalida del provvedimento da parte del giudice di pace. E già qui si solleva il primo dubbio: forte è, infatti, la pressione da parte di alcune forze politiche affinché tale controllo di legittimità e di merito sia attribuito non ai magistrati onorari ma al tribunale in composizione monocratica, sicuramente più attrezzato e meglio preparato per il delicato compito.
Problemi interpretativi, inoltre, sono sollevati dalla lettera del provvedimento, che qualifica quali «motivi imperativi» quei «comportamenti che compromettono la tutela della dignità umana o dei diritti fondamentali della persona umana ovvero l’incolumità pubblica», sì da rendere la permanenza del cittadino comunitario «incompatibile con l’ordinaria convivenza». È di tutta evidenza come ci sia discrasia tra i gravissimi comportamenti descritti dalla norma e la generica incompatibilità «con l’ordinaria convivenza». Come interpreteranno la disposizione i Prefetti? Disporranno l’espulsione solo per i cittadini rei di gravissimi reati o anche per coloro che non avranno rispettato le regole di «ordinaria convivenza»? E, in concreto, chi ha identificato tali regole?
In una circolare inviata dal Ministero dell’Interno alle Prefetture, il Governo ha precisato che «il provvedimento normativo è finalizzato, nel suo complesso, a rendere più celeri le procedure di allontanamento dal territorio nazionale di quelle minoranze di cittadini comunitari che non ispirano i propri comportamenti ai principi di integrazione tra gli Stati dell’Unione, rendendosi così responsabili di attività illecite, particolarmente gravi, che determinano allarme sociale». A riguardo, il Prefetto di Torino, Goffredo Sottile, ha dichiarato: «Lo strumento è utile ma deve essere utilizzato con equilibrio».
Ma che il decreto legge rispondesse più ad esigenze di immagine nei confronti dell’opinione pubblica che al bisogno di dotare le Autorità di strumenti snelli per allontanare in maniera coatta pericolosi cittadini comunitari dal patrio suolo è dimostrato dai numeri: i cittadini accompagnati immediatamente alla frontiera per «motivi imperativi», nel corso della prima settimana di vigenza del decreto legge, sono stati meno di trenta.
Il tema dell’immigrazione – di quella regolare e di quella irregolare, di quella comunitaria e di quella extracomunitaria – avrebbe sicuramente meritato maggiore attenzione normativa e maggiore sensibilità da parte dell’Esecutivo che, anche in questo caso, ha dimostrato di non eccellere nell’arte del buon governo.
www.11minuti.com - martedì 13 novembre 2007




