Competitività mondiale: secondo l’Economist l’Italia è al 40° posto
Inserito in: 11minuti, Economia, PoliticaProsegue la mia collaborazione con Agorà11. Oggi è stato pubblicato il secondo articolo. Chi non avesse niente di meglio da fare può leggerlo qui sotto e, se vuole, commentarlo qui.
Malesia, Slovenia, Lettonia e Lituania sono solo alcuni dei trentanove Paesi che precedono l’Italia nella classifica mondiale sulla competitività elaborata dalla Business International sulla scorta dei dati forniti dalla Economist intelligence unit. Rispetto all’anno scorso, il Belpaese ha guadagnato solo una posizione, pur registrando risultati importanti nei settori delle opportunità di mercato e del commercio estero (grazie al progresso dell’indice relativo alle iniziative per l’attrazione di capitale straniero), assestandosi su un punteggio di 7,01.
La ricerca valuta, a livello globale e regionale, la competitività di uno Stato e il suo livello di business environment all’interno del sistema globale, assegnando un punteggio compreso tra 1 e 10. Mediocre il risultato assegnato all’Italia in tema di regime fiscale, di infrastrutture, di ambiente macroeconomico e di sistema finanziario. I redattori del rapporto hanno valutato negativamente l’estenuante lentezza sui progetti legati alle infrastrutture, la partenza in sordina dei fondi pensione, la scarsa propensione delle famiglie alla diversificazione del proprio portafoglio, lo scoglio dei contributi per la sicurezza sociale, l’elevato rapporto tra tassazione e PIL.
Il quadro delineato, insomma, non è dei più rosei, e la posizione di “metà classifica” dell’Italia (preceduta, peraltro, da numerosi Paesi europei, come la Spagna, il Portogallo, la Francia e la Germania) non può che essere di stimolo per chi ci governa. Ricorrendo ad eufemismi, l’amministratore unico di Business International, ha dichiarato: «Il risultato dell’Italia non è particolarmente lusinghiero e ci consente solo di vivacchiare, rimanendo 16esimi a livello europeo.
Secondo l’Economist, il nostro mercato del lavoro e il nostro regime fiscale sono tra i peggiori del mondo. E non miglioreranno di molto nei prossimi cinque anni».
L’abolizione dei costi di ricarica sui cellulari e le pseudo-liberalizzazioni e la concessione della “quattordicesima” ad alcuni pensionati (sulla quale, peraltro, stanno indagando la Guardia di Finanza e la Corte dei Conti) approvate dall’attuale Esecutivo non sono assolutamente sufficienti per dare slancio e vigore alla nostra economia, che abbisogna di interventi strutturali volti a ridurre la pressione fiscale e ad alleggerire il carico di burocrazia che rende faticoso, demotivante e frustrante il lavoro degli imprenditori.
È sì vero che il settimanale economico londinese è uso ad esprimere giudizi assai negativi nei confronti dell’Italia, ma dai numeri pubblicati emerge una (speriamo non cronica) incapacità del nostro Paese a risolvere i problemi. Recentemente Prodi ha ammonito che «se l’Italia non si rimette a correre come i Paesi moderni, la crisi sarà irreversibile». Il Professore ha ragione. Ma non può dimenticarsi che è suo precipuo compito favorire tale gcorsah della nostra economia. E, al momento, alle prese con l’approvazione di una Finanziaria sul filo del rasoio, pare che sul vano sforzo di accontentare tutti si stiano concentrando le attenzioni del Governo. Forse ha ragione il Primo ministro lussemburghese, Jean-Claude Juncker, secondo cui «i politici sanno bene cosa devono fare ma il problema è che non sanno come farsi rieleggere una volta che hanno fatto queste cose»…





