Tfr: tinte in chiaroscuro e rischi per le grandi opere
Inserito in: 11minuti, Economia, PoliticaUn altro contributo, sempre per 11minuti:
Nonostante la fiducia manifestata nei corridoi dell’Inps, i dati sul fondo di tesoreria costituito presso il Ministero dell’economia e gestito dall’istituto previdenziale non sono rassicuranti. In esso sono confluite le quote di tfr maturato dei lavoratori di società con più di cinquanta dipendenti che hanno deciso di lasciare le loro liquidazioni “in azienda”. A fine ottobre 2007, FondInps – così si chiama il fondo – disponeva di 3,53 miliardi. Un bel gruzzoletto, insomma. Ma quei danari non bastano. Già, perché a luglio 2007, con un decreto, il Governo ha deciso lo sblocco del 30% del fondo a favore di Anas e Rfi, che abbisognano di circa 5,5 miliardi per avviare i bandi del contratto 2007 e per finanziare una serie di cantieri aperti.
Si potrebbe discutere sull’opportunità di trasformare un debito (tale è, per le aziende, il trattamento di fine rapporto) in una fonte di entrata per lo Stato. Così come si potrebbe discutere sulla scelta del cosiddetto “silenzio assenso”, visto che la partecipazione inconsapevole a un mercato finanziario non è mai una cosa buona. Ma, messe da parte queste considerazioni ed i numeri, è interessante fare il punto sulla riforma e valutarla mentre ci si avvicina al primo semestre di vigenza. L’interesse è aumentato, peraltro, dal fatto che il “nuovo corso delle pensioni” è uno dei rarissimi casi di riforma bipartisan nel nostro Paese.
Secondo la Commissione di vigilanza sui fondi pensione, i lavoratori dipendenti privati iscritti a forme pensionistiche complementari sono aumentati del 50%, per lo più grazie all’adesione ai fondi negoziali. Un buon risultato, si potrebbe dire. Ma sarebbe vero solamente a metà.
La scelta esplicita a favore dei fondi pensione, infatti, è minima tra i giovani, che pure ne sarebbero dovuti risultare i primi destinatari, mentre il maggior tasso di penetrazione si registra nella fascia compresa tra i 40 e 49 anni. Analogo discorso va fatto per le piccole imprese, nelle quali sovente i lavoratori sono meno tutelati, dove il livello di adesione alle forme pensionistiche complementari è stato insoddisfacente.
Ricercare le cause di questi insuccessi non è facile, anche perché non è da escludere che molti lavoratori abbiano optato per un atteggiamento “prudente”, decidendo di non trasferire da subito il proprio tfr in attesa di successive e più ponderate valutazioni di opportunità. Ma è indubbio che, almeno in parte, tale situazione deve essere imputata alla cultura finanziaria media dei lavoratori, poco avvezzi a confrontarsi con strumenti differenti rispetto a conti correnti e titoli di stato. Alcune colpe – forse quelle più pesanti – debbono farsi ricadere, però, anche sul Governo, che non è stato in grado di garantire la giusta chiarezza sull’operazione, diffondendo messaggi poco mirati a obiettivi specifici. D’altro canto, gli stessi appartenenti dell’Esecutivo non erano sicuri sul da farsi, con alcuni Ministri che davano indicazioni in un senso ed altri orientati in senso opposto. Inoltre, un ruolo negativo è stato giocato anche dalla minaccia di nuove tassazioni sulle rendite finanziarie, senza un chiarimento che rendesse chiara l’eventuale esclusione dei fondi pensione dall’imposizione.





