Fare impresa in Italia? Ancora troppo difficile…

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Un altro contributo, sempre per 11minuti:

Si chiama Doing Business 2008 l’ultimo report elaborato dalla Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo che sintetizza l’analisi dei dati relativi alla facilità con la quale è possibile fare affari nei vari Paesi del mondo.
Secondo gli analisti dell’istituto diretto da Robert Zoellick, l’Italia si piazza al 53° posto nella classifica del pianeta, dopo il Regno Unito (6°), la Germania (20°), la Francia (31°) e la Spagna (38°).

Un raffronto con l’edizione 2007 del rapporto non sarebbe significativo, attesa la modifica della metodologia che sottende lo studio. Ma è comunque importante notare come alle riforme economiche e finanziarie varate nel nostro Paese nell’ultimo anno gli esperti di Washington abbiano dedicato solo due righe, per richiamare la riforma del diritto fallimentare, approvata l’anno passato. Nessun riferimento, dunque, alle “lenzuolate” liberalizzatrici del Ministro Bersani, neanche citate nel rapporto.

All’assenza di una adeguata legislazione che favorisca le imprese si aggiunge, quale zavorra per la competitività italiana, l’elevata imposizione fiscale. Secondo la Banca Mondiale, infatti, ogni impresa italiana versa mediamente al Fisco oltre 76 euro ogni 100 euro di profitti, laddove la media dei Paesi che hanno aderito all’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico è pari al 46,2%. Dati che, chiaramente, non agevolano lo sviluppo dell’economia del Belpaese, che soffre – in tal senso – della significativa concorrenza di Francia (con un’imposizione media pari al 66,3%), Spagna (62%), Germania (50,8%) e del Regno Unito (35,7%).

Ancora, preoccupanti sono i tempi necessari in Italia per avviare un’impresa: le nove diverse procedure previste dalle norme nazionali necessitano di tredici giorni di lavoro (contro i sette giorni, ad esempio, stimati per la Francia). E non favoriscono l’affluenza di capitali stranieri i quasi ventiquattro mesi necessari ad un’impresa estera per stipulare un accordo commerciale in Italia: nel Paesi OCSE, la media è di poco più di dodici mesi.

Tutte le considerazioni sintetizzate dalla Banca Mondiale sono peraltro condivise, tra gli altri, da Alessandro Garrone, giovane amministratore delegato di Erg, il secondo gruppo italiano che opera nel settore petrolifero: “Abbiamo un miliardo di euro investiti su progetti in grande ritardo”, annota Garrone, in un’intervista a Panorama, riferendosi a progetti legati alle cosiddette fonti di “energia pulita”. “Se continua così – prosegue amaramente – ci dovremo guardare intorno. Andremo in altri Paesi europei dove le regole del gioco non cambiano in continuazione, dove prima di fare l’investimento sai quale può essere il ricavo e sono sicuri i tempi”. Prosegue l’ad: “Abbiamo avuto l’opportunità di comprare cinque parchi eolici in Francia. Sa quanto ci abbiamo messo a entrare e a partire? Due mesi. In Italia, da quando identifichi la zona a quando cominci, se tutto va bene e non ci sono blocchi, proteste, sentenze e amenità varie, ci vogliono tre anni. Noi crediamo nell’energia rinnovabile e abbiamo messo sul piatto un bel mucchio di soldi. Significa risparmio, sviluppo, posti di lavoro. In cambio chiediamo regole chiare e velocità nelle autorizzazioni”. All’Esecutivo e al Parlamento il compito di far sì che quella di Garrone non sia una vox clamantis in deserto.

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