Un altro contributo, pubblicato su 11minuti e sull’Opinione:
Negli ultimi quattro anni, i mercati finanziari sono stati caratterizzati da una crescita quasi ininterrotta dei listini azionari, da tassi di interesse particolarmente bassi, da una volatilità contenuta e da una liquidità abbondante. Le previsioni di crescita dell’economia per l’anno 2008 non sono, però, ispirate a particolare ottimismo, dopo lo scoppio della mina dei mutui subprime statunitensi. E oltre la crisi dei mutui a stelle e strisce non garantiti, pare che la debolezza della moneta verde, il sensibile incremento del prezzo del greggio e di altre materie prime, la riduzione dei tassi di crescita delle economie occidentali e la riduzione rispetto alle stime degli utili aziendali costringeranno il mercato a fare i conti con due “bestie nere” dell’economia: il “credit crunch” e la “stagflation”.
Il primo può essere tradotto, nella sostanza, in un giro di vite sul credito e dunque in una diminuzione della quantità di denaro liquido sul mercato, con conseguente aumento del suo prezzo per le imprese. La “stagflation”, invece, è un neologismo, coniato per indicare la combinazione tra la stagnazione economica e l’inflazione, nei confronti della quale, comunque, il sistema economia ha una sorta di “paracadute” offerto dai mercati emergenti, che contribuiranno, nel 2008, per 3/5 alla crescita del PIL mondiale. In questo senso, infatti, si comprende lo scarso decremento nella stima della crescita globale ipotizzato dal Fondo monetario internazionale nel “World economic outlook” autunnale (dal 5,2% al 4,8%) che, se verificata, etichetterebbe il 2008 quale sesto anno consecutivo con un indice di espansione sopra il 4%.
Resta il fatto che nei primi undici mesi di quest’anno, la Borsa di Milano ha perso 10 punti percentuali, qualificando l’Italia tra i fanalini di coda nel panorama mondiale. Tale risultato può essere spiegato ricorrendo ad almeno due ordini di ragioni. Anzitutto occorre ricordare che un terzo della capitalizzazione di Piazza Affari è costituito da aziende di credito, che hanno evidentemente risentito per prime della crisi scatenata dai mutui subprime. Inoltre, un peso è stato sicuramente giocato dalla drastica riduzione in ribasso delle stime di crescita delle nostre società quotate.
Cosa ci dobbiamo realisticamente aspettare, dunque, per l’economia dell’anno venturo?
Anzitutto, una riduzione delle attività di “private equity” e una contrazione importante delle operazioni di acquisizione. Inoltre, un aumento del costo del denaro per le imprese. Il tutto in un panorama in cui l’incertezza sarà il “fil rouge” che farà da sfondo ai mercati azionari e, per converso, alle scelte degli operatori finanziari.
Secondo Simon Johnson, capoeconomista del Fondo monetario internazionale, “chi offre prestiti ha già adottato standard più severi, e se i finanziamenti dovessero divenire disponibili con meno immediatezza non è da escludere un calo più marcato dei prezzi del mercato immobiliare, che appare sopravvalutato in diverse zone del mondo”. Uno scenario di questo tipo, evidentemente, attaccherebbe dapprima i consumi delle famiglie statunitensi per poi abbattersi anche sui bilanci degli istituti di credito, chiamati a fronteggiare sempre più casi di insolvenza. Questo avrebbe inevitabili ripercussioni anche sul resto del mondo perché – sono sempre parole di Johnson – “la tempesta sui mercati finanziari globali potrebbe essere di intralcio ai flussi di capitale diretti verso queste aree e innescare una serie di problemi sui mercati domestici”.





