Un altro contributo, sempre per 11minuti:
Tecnicamente si chiama “Sospensione del procedimento disciplinare in pendenza del giudizio penale” ed è previsto dall’articolo 117 del Testo unico delle disposizioni concernenti lo Statuto degli impiegati civili dello Stato. In virtù di questo principio,
Qualora per il fatto addebitato all’impiegato sia stata iniziata azione penale, il procedimento disciplinare non può essere promosso fino al termine di quello penale e, se già iniziato, deve essere sospeso.
In altre parole, il dipendente pubblico gravemente infedele non può essere licenziato, come invece succede per i dipendenti privati. Perché se la sua condotta giustifica l’esercizio dell’azione penale (si pensi agli episodi di concussione, corruzione, peculato, …), l’avvio del procedimento penale interrompe quello disciplinare: dunque niente licenziamento ma mera sospensione cautelare, per un periodo non superiore a cinque anni, durante i quali al lavoratore devono essere erogati assegni alimentari pari a circa il 50% della sua retribuzione. Al termine del quinquennio, se il procedimento penale non si è ancora concluso con sentenza passata in giudicato, il dipendente ha diritto ad essere riammesso in servizio.
La prerogativa, chiaramente recepita da tutti i contratti collettivi del pubblico impiego, è stata applicata anche a Renato Giardina, funzionario dell’Agenzia delle Entrate, arrestato venerdì scorso a Milano perché sorpreso con “le mani nel sacco” mentre, assieme al fratello, intascava una tangente di oltre 100mila euro. Se il dottor Giardina fosse stato alle dipendenze di una qualunque azienda privata, oggi dovrebbe affrontare un processo penale e dovrebbe anche cercarsi un nuovo posto di lavoro. Ma così non è perché il suo datore è lo Stato che gli garantisce una sorta di impunità, resa ancora più grave dai mastodontici tempi della Giustizia italica.
I dipendenti dell’Agenzia delle Entrate, peraltro, stanno protestando per il mancato rinnovo del loro contratto collettivo, scaduto un paio d’anni fa. E proprio in questa fase di contrattazione, il Fisco ha proposto di eliminare questa “sospensione” almeno nei casi più gravi (quelli, ad esempio, in cui scatta l’arresto in flagranza di reato). Inutile è forse annotare che tale proposta ha prodotto un duro “no” da parte dei sindacati, che hanno prontamente sollevato la barricata dei “diritti costituzionali”, stigmatizzando l’”arroganza” della controparte pubblica che intende “azzerrare alcuni diritti fondamentali e costituzionalmente garantiti”, pretendendo di licenziare prima della pronuncia del giudice. Ennesimo esempio delle prese di posizione preconcette che non danno alcun lustro al sindacato e che, di fatto, danneggiano tutti quei pubblici dipendenti che lavorano onestamente.