A Roma, al Pigneto, un gruppo di delinquenti ha aggredito un extracomunitario originario del Bangladesh. Sabato un deejay è stato aggredito perché omosessuale
Martin Niemöller scriveva:
Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.Poi vennero a prendere i comunisti,
ed io non dissi niente, perché non ero comunista.Un giorno vennero a prendere me,
e non c’era rimasto nessuno a protestare
Aggiornamento. Avevo attribuito, inizialmente, questo bravo a Brecht. Laura, in un suo commento a questo post, mi ha corretto: i versi sono stati scritti da Niemöller. Mi scuso per l’errore.
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26 Maggio 2008 alle 13:04
Credo che Brecht nel ‘32 non sapesse neppure cosa fosse l’immigrazione clandestina, e credo non sapesse nemmeno cosa recita la Costituzione Italiana in materia di diritti dell’uomo. Confondere la politica con la poesia - e l’arte in generale - ha portato l’Italia alla situazione odierna. Più pragmatismo e meno sogni di mezza estate.
Buona giornata
26 Maggio 2008 alle 14:56
@David: credo anch’io che Brecht ignorasse il significato di “immigrazione clandestina”, almeno così come lo intendiamo oggi. Sicuramente non sapeva nulla dei contenuti della nostra Costituzione, scritta parecchi anni dopo questa poesia. Detto questo, il maggior pragmatismo cui fai riferimento a quali considerazioni dovrebbe portarci, in relazione all’aggressione al bengalese o al deejay romano?
Buona giornata anche a te e grazie per essere passato da qui.
26 Maggio 2008 alle 15:33
In questo cupo periodo d’isterismi mediatico-xenofobi, sta facendo il giro del web una poesia attribuita al poeta e drammaturgo tedesco Bertolt Brecht che così recita:
Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti,
ed io non dissi niente, perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me,
e non c’era rimasto nessuno a protestare.
(Bertolt Brecht)
Il testo, riferito in origine allo scivolamento della società tedesca nel nazismo, rappresenta un efficace invito a, come dire, drizzare le orecchie e a ricordarsi di quanto possa essere banale e impercettibile l’instaurarsi del Male.
Testo efficace: ma letterariamente falso.
Infatti quel testo:
1) non è una poesia
2) non è di Bertolt Brecht
3) è una parafrasi, un rimaneggiamento (l’ultimo di una lunga serie).
La paternità del testo va certamente attribuita al pastore luterano e teologo tedesco Martin Niemöller (1892-1984; vedi anche qui), prima sostenitore poi oppositore del nazismo, spedito su ordine di Hitler in persona in campo di concentramento in seguito ad un sermone antinazista.
Sopravvissuto a nove anni di internamento e a Dachau, Niemöller negli anni ‘40 e ‘50 svolse un’intensa opera di predicazione a favore del pacifismo e della riconciliazione. E fu proprio durante i suoi discorsi e sermoni che enunciava il testo in questione, egli stesso variandolo alla bisogna. Testo la cui forma originale, non essendo esso mai stato fissato su stampa ma solo declamato, è tutt’ora oggetto di discussione fra gli studiosi.
Questa incertezza sulla forma iniziale, unitamente alla struttura sintetica e flessibile degli enunciati che permette di variare facilmente i soggetti (di volta in volta ebrei, comunisti, cattolici, zingari, omosessuali, sindacalisti, disabili etc etc), spiega la peculiare natura proteiforme e perennemente in fieri che ha assunto nei decenni la citazione: la quale, dagli anni ‘50 ad oggi, è rimersa un numero imprecisato di volte, e ogni volta variata e adattata all’occasione.
L’attribuzione a Brecht, invece, è probabile farina del web (pare sia cominciata in area webispanica). Viralità e non controllo delle fonti hanno fatto il resto.
Questione di lana caprina? Forse. Certo, è ancora vivo nella memoria il perculamento blogosferico massiccio cui venne sottoposto Mastella per la sua toccante interpretazione di una poesia di Neruda che non era di Neruda. E allora, forse, val la pena fare un po’ i precisini e distinguersi.
Fatto ciò, caro lettore, mi auguro che se mai verranno a prendere te o me, ci sia rimasto qualcuno a protestare. Nel primo caso cercherò di esserci, nel secondo ovviamente no.
26 Maggio 2008 alle 17:03
Ciao Simone,
Io credo non si possa fermare il flusso di disperati che premono alle nostre porte non solo per l’inefficacia delle nostre leggi ma per la naturale posizione del nostro paese ponte tra l’Europa e l’Africa.
Ti racconto un fatto.,una volta ero in spiaggia a Pesaro con la mia famiglia e c’erano dei BAMBINI che si divertivano a spaventare i Senegalesi gridandogli “i vigili i vigili” tra l’indifferente e il compiaciuto della madre .
Mio figlio (8 anni) quando gioca con gli amici si rincorrono al grido “chi arriva ultimo è gay”.
Aldila’ del rispetto della costituzione da parte nostra e dei migranti c’è un problema di fondo non sento mai parlare di accoglienza di rispetto di altruismo.
In Italia ci sara’ una deriva xenofoba(machista e omofoba lo è sempre stata) come in passato in Francia Inghilterra e Germania se poi alimentiamo il tutto con ronde e manganelli ci arriviamo prima di quanto previsto.
26 Maggio 2008 alle 18:02
@Laura: ti ringrazio per la precisazione, che vedo essere copiaincollata da WebNews. Ho provveduto a correggere il testo.
@Antonio: la posizione del nostro Paese, la precarietà del nostro sistema legislativo, l’inefficacia della nostra Giustizia rendono l’Italia uno Stato sicuramente appetibile per gli stranieri che desiderano entrarvi illegalmente. Sono convinto, tuttavia, che il “problema immigrazione” sia culturale prima ancora che istituzionale. Gli esempi che citi lo testimoniano. E proprio per questo credo sia necessario non abbassare la guardia (quella culturale, intendo). E per questo credo che le manifestazioni di intolleranza, in qualunque direzione orientate, non debbano diventare “ordinarie”, passare sotto silenzio.
29 Maggio 2008 alle 22:39
Non conoscevo questa poesia; informandomi sull’autore ho visto che si tratta di un teologo pastore luterano. Proprio in questi giorni ho riletto una bella riflessione di Quasimodo e, data la comunanza di temi e di periodo, mi permetto di riportarla qui anche se un pò lunga: «Io non credo alla poesia come “consolazione”, ma come moto a operare in una certa direzione in seno alla vita, cioè “dentro” l’uomo. Il poeta non può consolare nessuno, non può “abituare” l’uomo all’idea della morte non può diminuire la sua sofferenza fisica, non può promettere un eden, né un inferno più mite… Oggi poi, dopo due guerre nelle quali l’”eroe” è diventato un numero sterminato di morti, l’impegno del poeta è ancora più grave, perché deve “rifare” l’uomo, quest’uomo disperso sulla terra, del quale conosce i più oscuri pensieri, quest’uomo che giustifica il male come una necessità, un bisogno al quale non ci si può sottrarre… Rifare l’uomo, è questo il problema capitale. Per quelli che credono alla poesia come a un gioco letterario, che considerano ancora il poeta un estraneo alla vita, uno che sale di notte le scalette della sua torre per speculare il cosmo, diciamo che il tempo delle speculazioni è finito. Rifare l’uomo, questo è l’impegno.»
Salvatore Quasimodo, La Fiera Letteraria, giugno 1947.
Grazie Simone per i tanti spunti di riflessione che sempre ci offri e che ti rendono amico prezioso! don ciccuzzo
5 Giugno 2008 alle 09:12
Beh insommma non credo faccia una grande differenza sapere chi ha scritto quei versi. Resta la loro agghiacciante bellezza e, più che altro, attualità.
Saluti. Paolo
7 Giugno 2008 alle 09:45
Sono approdata qui proprio leggiucchiando di qua e di la sulle origini controverse di questa poesia e sono arrivata alla conclusione che in fondo, proprio le sue molteplici versioni che circolano, la sua adattabilità alle situazioni e al tempo sono la restituzione più veritiera di come il male, un certo male, nella storia assume forme diverse e si nasconde per poi tornare a farsi avanti e ad agire. Ieri erano i socialdemocratici e gli ebrei, oggi sono i rom e gli omosessuali, ma la sostanza di violenza e intolleranza è sempre la medesima. Saluti Marta
12 Giugno 2008 alle 18:26
sono passata qui per caso… cercavo
questa poesia dato che il nome non mi veniva
in mente
vorrei portarla all’esame..
cmq per me questa poesia evidenzia l’indifferenza dell’uomo.. quando vennero a prendere gli altri lui non fece nulla per impedire che ciò accadesse..
non vorrei stancarvi troppo !
vi saluto ciao
6 Luglio 2008 alle 19:18
Io… non mi sarei scandalizzata più di tanto le poesie per me sono vita quotidiana e i libri o i film che gli altri scrivono e fanno io li stampo col sangue della vita mia