Nel mercato delle scommesse vincono le cosche
Inserito in: 11minuti, Annotazioni, Economia, PoliticaPer chi vive in certe zone d’Italia, il pensiero che la criminalità organizzata sia qualcosa di “lontano” è frequente. Si tratta di una lontananza non solo geografica ma anche culturale. Per le nostre strade non ci sono morti ammazzati e le telecamere non immortalano macchine le cui carrozzerie sono state forate da colpi d’arma da fuoco né cadaveri coperti da lenzuola bianche.
Eppure mafia, camorra, ‘ndrangheta, sacra corona unita non sono solo sangue e violenza. E forse questo muoversi cercando di rimanere lontano dai riflettori è ancora più pericoloso di pistole e coltelli.
In un’attività le cosche hanno dimostrato di sapersi destreggiare con agilità: è quella delle scommesse. Ma non mi riferisco alle scommesse clandestine. Il crescente successo dei videogiochi e delle puntate legali sugli eventi sportivi ha attirato l’attenzione della malavita organizzata, che ha trovato in questo campo terreno fertile per far fruttare i propri guadagni, incrementandoli.
Maurizio Di Fede è indagato dalla Procura di Palermo nell’ambito dell’inchiesta denominata “Old Bridge”, incentrata sui collegamenti tra Cosa Nostra e le famiglie mafiose italo-americane. Di Fede, assieme a Salvatore Lo Piccolo, è accusato di associazione a delinquere di stampo mafioso. Secondo i magistrati, “Se da un lato Maurizio Di Fede, con la partecipazione attiva dei suoi sodali, coordinava in prima persona il giro d’affari proveniente dalle “macchinette” video-poker, dall’altro le risultanze investigative permettevano di appurare l’interesse, e di conseguenza l’infiltrazione, della cosca mafiosa in quel mercato nuovo e in rapidissima espansione derivato dalla legalizzazione delle scommesse sportive. In tale settore l’organizzazione criminale, ravvedendo grandi margini di profitto direttamente conseguenti alla crescente e rapida diffusione di centri scommesse del tutto legali, interveniva proponendosi, in forma occulta, come socio alla pari di coloro i quali gestivano legalmente i punti scommesse“.
La Procura palermitana ha individuato due punti scommesse controllati da Di Fede. Si tratta di un bar e di un’edicola di Palermo. Entrambi i punti operavano grazie alle licenza della Betting 2000, una società con sede legale a Napoli. La Betting 2000 si è aggiudicata 57 tra sale e corner al termine del bando indetto dall’Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato alla fine del 2006. Tra le offerte fatte dalla Betting 2000, avevano lasciato stupiti i 237mila euro messi sul tavolo per l’apertura di un corner a Misilmeri, 27mila anime sempre in provincia di Palermo. Un’offerta fuori dal mercato ed antieconomica.
La Betting 2000 ha comunque lavorato bene, tant’è che nell’aprile del 2007 ha superato quota 3.600 punti vendita.
Ma chi c’è dietro la Betting 2000? Fino alla scorso anno, la società era di proprietà di una dozzina di soci, tutti appartenenti alla famiglia Grasso, di Napoli. Ad essi si aggiungeva Antonio Luciano (con lo 0,08% delle quote), un commercialista campano. L’anno scorso, i dodici Grasso hanno ceduto le loro quote alla Meth srl, società tra i cui soci spicca Renato Grasso, altro membro della famiglia, mai apparso direttamente - però - nella Betting 2000. Renato Grasso è detto da molti “‘o mast“, “il capo“. Forse il nomignolo deriva dalle due condanne, passate in giudicato, che ha subìto. La prima è del 1993: 4 anni e 9 mesi per estorsione continuata aggravata in concorso. La seconda è del 1995: 5 anni e 6 mesi per associazione camorristica pluriaggravata e collaborazione con un’organizzazione criminosa dedita allo spaccio di stupefacenti, alle estorsioni, all’organizzazione e alla gestione del gioco del lotto clandestino e dei giochi d’azzardo in genere. Ma il signor Grasso è stato riabilitato e quindi i suoi precedenti poco contano, secondo alcuni.
Va detto, poi, che il commercialista Luciano ha seguito la contabilità di una decina di società riconducibili a Vincenzo Maresca, qualificato dall’Antimafia quale “responsabile della struttura tecnico-gestionale delle macchinette di videopoker” per il clan dei Casalesi in un processo attualmente in corso presso il tribunale di Santa Maria Capua Vetere.
Scava scava, si scopre poi che la Betting 2000 ha, tra le sue partecipate, la Sgai srl. Tra i soci di Sgai emergono i nomi di Pellegrino Mastella, primogenito dell’ex Guardasigilli Clemente, e di Carlo e Italico Lonardo, fratelli di Sandra Lonardo, moglie di Mastella senior e Presidente del Consiglio regionale della Campania. Italico Lonardo, socio di maggioranza di Sgai, è anche socio in altre tre società del settore dei giochi, ed è attualmente oggetto di indagine, assieme a Giampiero Pilla, da parte della Squadra Mobile di Palermo, a seguito delle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia che ha lavorato nel settore del gioco.
Ma il panorama delle “stranezze” non si esaurisce con Betting 2000 e Sgai. Altra aggiudicatarie delle licenze da parte dei Monopoli è la Primal. Fino al 1999 la Primal è stata di Sebastiano Scuto, noto nel catanese come “re dei supermercati e dei centri commerciali”, imputato per associazione mafiosa ed estorsione, accusato da un pentito di aver fatto da cassaforte della cosca dei Laudani, alleata dei Santapaola. Nel 1999 Scuto ha venduto le sue quote al nipote, Michele Spina, e alla di lui moglie, Donata Genoveffa Ferrara. Accusata di connivenze con la Sacra Corona Unita, la Primal era stata fermamente difesa proprio da Spina, che aveva sottolineato “la moralità e la solidità finanziaria della società che rappresento e la sua totale estraneità alle ipotesi” riportate dalla stampa. Sulla solidità finanziaria di Primal è difficile fare valutazioni. Valutarne la moralità è forse ancora più arduo. V’è da dire, comunque, che per partecipare al bando dei Monopoli del 2006 Spina aveva creato una cordata informale che aveva incluso anche Antonino ed Andrea D’Emanuele, figli di Natale, cugino di primo grado di Nitto Santapaola. Antonino ed Andrea D’Emanuele, otto mesi fa, sono stati arrestati nell’ambito dell’operazione antimafia denominata “Operazione Arcangelo”.
Non basta. Sempre per essere accredita al bando dell’Aams del 2006, la Primal ha prodotto una lettera d’impegno di fidejussione apocrifa nonché un bollettino postale contraffatto a riprova di un pagamento dichiarato ma chiaramente mai effettuato. La vicenda era stata denunciata dal Sole 24 Ore del 15 gennaio scorso. Il giorno successivo, il direttore generale dell’Azienda, Giorgio Tino, ed il responsabile del settore giochi, Antonio Tagliaferri, avevano deciso di trasferire ad altro incarico Antonio Perna, il dirigente che aveva firmato l’atto finale di convenzione con la Primal e di sospendere tutte le concessioni della società. La vicenda aveva costretto all’apertura di una “inchiesta interna”, quelle che tanto piacciono all’opinione pubblica. Qualcuno si è forse dimesso? Qualcuno è stato forse licenziato? Qualcuno si è forse scusato con l’opinione pubblica? Macché! “L’ispettore ha rilevato che i procedimenti relativi all’aggiudicazione dei diritti per il gioco ippico e sportivo con la società Primal non hanno presentato aspetti di illegittimità. Sono comunque emerse alcune criticità nei processi utilizzati e proprio per ovviare a tali disfunzioni ho formalmente invitato il direttore per i giochi a impartire con urgenza le necessarie direttive e a rafforzare la propria azione di coordinamento e vigilanza su tutti i singoli settori”: così si legge nella relazione inviata al Sottosegretario con delega ai giochi, Alfiero Grandi.
Dunque solo “criticità” e “disfunzioni”, anche se è stato provato che il direttore Tagliaferri era consapevole delle irregolarità commesse dalla Primal, prima che venissero date le autorizzazioni finali. Lo stesso Tagliaferri, infatti, ha indirizzato il 3 settembre 2007 una lettera alla Primal in cui tali irregolarità erano elencate e si concedeva (addirittura) una proroga nei pagamenti. Per la cronaca, una volta scoppiata la “bomba”, le concessioni date alla Primal sono state dapprima sospese ma non revocate, tant’è che la Primal le ha vendute ad altre società.





