Nel mercato delle scommesse vincono le cosche

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Per chi vive in certe zone d’Italia, il pensiero che la criminalità organizzata sia qualcosa di “lontano” è frequente. Si tratta di una lontananza non solo geografica ma anche culturale. Per le nostre strade non ci sono morti ammazzati e le telecamere non immortalano macchine le cui carrozzerie sono state forate da colpi d’arma da fuoco né cadaveri coperti da lenzuola bianche.

Eppure mafia, camorra, ‘ndrangheta, sacra corona unita non sono solo sangue e violenza. E forse questo muoversi cercando di rimanere lontano dai riflettori è ancora più pericoloso di pistole e coltelli.

In un’attività le cosche hanno dimostrato di sapersi destreggiare con agilità: è quella delle scommesse. Ma non mi riferisco alle scommesse clandestine. Il crescente successo dei videogiochi e delle puntate legali sugli eventi sportivi ha attirato l’attenzione della malavita organizzata, che ha trovato in questo campo terreno fertile per far fruttare i propri guadagni, incrementandoli.

Videopoker PiccoloMaurizio Di Fede è indagato dalla Procura di Palermo nell’ambito dell’inchiesta denominata “Old Bridge”, incentrata sui collegamenti tra Cosa Nostra e le famiglie mafiose italo-americane. Di Fede, assieme a Salvatore Lo Piccolo, è accusato di associazione a delinquere di stampo mafioso. Secondo i magistrati, “Se da un lato Maurizio Di Fede, con la partecipazione attiva dei suoi sodali, coordinava in prima persona il giro d’affari proveniente dalle “macchinette” video-poker, dall’altro le risultanze investigative permettevano di appurare l’interesse, e di conseguenza l’infiltrazione, della cosca mafiosa in quel mercato nuovo e in rapidissima espansione derivato dalla legalizzazione delle scommesse sportive. In tale settore l’organizzazione criminale, ravvedendo grandi margini di profitto direttamente conseguenti alla crescente e rapida diffusione di centri scommesse del tutto legali, interveniva proponendosi, in forma occulta, come socio alla pari di coloro i quali gestivano legalmente i punti scommesse“.

La Procura palermitana ha individuato due punti scommesse controllati da Di Fede. Si tratta di un bar e di un’edicola di Palermo. Entrambi i punti operavano grazie alle licenza della Betting 2000, una società con sede legale a Napoli. La Betting 2000 si è aggiudicata 57 tra sale e corner al termine del bando indetto dall’Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato alla fine del 2006. Tra le offerte fatte dalla Betting 2000, avevano lasciato stupiti i 237mila euro messi sul tavolo per l’apertura di un corner a Misilmeri, 27mila anime sempre in provincia di Palermo. Un’offerta fuori dal mercato ed antieconomica.

La Betting 2000 ha comunque lavorato bene, tant’è che nell’aprile del 2007 ha superato quota 3.600 punti vendita.

Ma chi c’è dietro la Betting 2000? Fino alla scorso anno, la società era di proprietà di una dozzina di soci, tutti appartenenti alla famiglia Grasso, di Napoli. Ad essi si aggiungeva Antonio Luciano (con lo 0,08% delle quote), un commercialista campano. L’anno scorso, i dodici Grasso hanno ceduto le loro quote alla Meth srl, società tra i cui soci spicca Renato Grasso, altro membro della famiglia, mai apparso direttamente - però - nella Betting 2000. Renato Grasso è detto da molti “‘o mast“, “il capo“. Forse il nomignolo deriva dalle due condanne, passate in giudicato, che ha subìto. La prima è del 1993: 4 anni e 9 mesi per estorsione continuata aggravata in concorso. La seconda è del 1995: 5 anni e 6 mesi per associazione camorristica pluriaggravata e collaborazione con un’organizzazione criminosa dedita allo spaccio di stupefacenti, alle estorsioni, all’organizzazione e alla gestione del gioco del lotto clandestino e dei giochi d’azzardo in genere. Ma il signor Grasso è stato riabilitato e quindi i suoi precedenti poco contano, secondo alcuni.
Va detto, poi, che il commercialista Luciano ha seguito la contabilità di una decina di società riconducibili a Vincenzo Maresca, qualificato dall’Antimafia quale “responsabile della struttura tecnico-gestionale delle macchinette di videopoker” per il clan dei Casalesi in un processo attualmente in corso presso il tribunale di Santa Maria Capua Vetere.

Scava scava, si scopre poi che la Betting 2000 ha, tra le sue partecipate, la Sgai srl. Tra i soci di Sgai emergono i nomi di Pellegrino Mastella, primogenito dell’ex Guardasigilli Clemente, e di Carlo e Italico Lonardo, fratelli di Sandra Lonardo, moglie di Mastella senior e Presidente del Consiglio regionale della Campania. Italico Lonardo, socio di maggioranza di Sgai, è anche socio in altre tre società del settore dei giochi, ed è attualmente oggetto di indagine, assieme a Giampiero Pilla, da parte della Squadra Mobile di Palermo, a seguito delle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia che ha lavorato nel settore del gioco.

Ma il panorama delle “stranezze” non si esaurisce con Betting 2000 e Sgai. Altra aggiudicatarie delle licenze da parte dei Monopoli è la Primal. Fino al 1999 la Primal è stata di Sebastiano Scuto, noto nel catanese come “re dei supermercati e dei centri commerciali”, imputato per associazione mafiosa ed estorsione, accusato da un pentito di aver fatto da cassaforte della cosca dei Laudani, alleata dei Santapaola. Nel 1999 Scuto ha venduto le sue quote al nipote, Michele Spina, e alla di lui moglie, Donata Genoveffa Ferrara. Accusata di connivenze con la Sacra Corona Unita, la Primal era stata fermamente difesa proprio da Spina, che aveva sottolineato “la moralità e la solidità finanziaria della società che rappresento e la sua totale estraneità alle ipotesi” riportate dalla stampa. Sulla solidità finanziaria di Primal è difficile fare valutazioni. Valutarne la moralità è forse ancora più arduo. V’è da dire, comunque, che per partecipare al bando dei Monopoli del 2006 Spina aveva creato una cordata informale che aveva incluso anche Antonino ed Andrea D’Emanuele, figli di Natale, cugino di primo grado di Nitto Santapaola. Antonino ed Andrea D’Emanuele, otto mesi fa, sono stati arrestati nell’ambito dell’operazione antimafia denominata “Operazione Arcangelo”.

Non basta. Sempre per essere accredita al bando dell’Aams del 2006, la Primal ha prodotto una lettera d’impegno di fidejussione apocrifa nonché un bollettino postale contraffatto a riprova di un pagamento dichiarato ma chiaramente mai effettuato. La vicenda era stata denunciata dal Sole 24 Ore del 15 gennaio scorso. Il giorno successivo, il direttore generale dell’Azienda, Giorgio Tino, ed il responsabile del settore giochi, Antonio Tagliaferri, avevano deciso di trasferire ad altro incarico Antonio Perna, il dirigente che aveva firmato l’atto finale di convenzione con la Primal e di sospendere tutte le concessioni della società. La vicenda aveva costretto all’apertura di una “inchiesta interna”, quelle che tanto piacciono all’opinione pubblica. Qualcuno si è forse dimesso? Qualcuno è stato forse licenziato? Qualcuno si è forse scusato con l’opinione pubblica? Macché! “L’ispettore ha rilevato che i procedimenti relativi all’aggiudicazione dei diritti per il gioco ippico e sportivo con la società Primal non hanno presentato aspetti di illegittimità. Sono comunque emerse alcune criticità nei processi utilizzati e proprio per ovviare a tali disfunzioni ho formalmente invitato il direttore per i giochi a impartire con urgenza le necessarie direttive e a rafforzare la propria azione di coordinamento e vigilanza su tutti i singoli settori”: così si legge nella relazione inviata al Sottosegretario con delega ai giochi, Alfiero Grandi.

Dunque solo “criticità” e “disfunzioni”, anche se è stato provato che il direttore Tagliaferri era consapevole delle irregolarità commesse dalla Primal, prima che venissero date le autorizzazioni finali. Lo stesso Tagliaferri, infatti, ha indirizzato il 3 settembre 2007 una lettera alla Primal in cui tali irregolarità erano elencate e si concedeva (addirittura) una proroga nei pagamenti. Per la cronaca, una volta scoppiata la “bomba”, le concessioni date alla Primal sono state dapprima sospese ma non revocate, tant’è che la Primal le ha vendute ad altre società.

Il Fisco non può licenziare il dipendente infedele

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Tecnicamente si chiama “Sospensione del procedimento disciplinare in pendenza del giudizio penale” ed è previsto dall’articolo 117 del Testo unico delle disposizioni concernenti lo Statuto degli impiegati civili dello Stato. In virtù di questo principio,

Qualora per il fatto addebitato all’impiegato sia stata iniziata azione penale, il procedimento disciplinare non può essere promosso fino al termine di quello penale e, se già iniziato, deve essere sospeso.

In altre parole, il dipendente pubblico gravemente infedele non può essere licenziato, come invece succede per i dipendenti privati. Perché se la sua condotta giustifica l’esercizio dell’azione penale (si pensi agli episodi di concussione, corruzione, peculato, …), l’avvio del procedimento penale interrompe quello disciplinare: dunque niente licenziamento ma mera sospensione cautelare, per un periodo non superiore a cinque anni, durante i quali al lavoratore devono essere erogati assegni alimentari pari a circa il 50% della sua retribuzione. Al termine del quinquennio, se il procedimento penale non si è ancora concluso con sentenza passata in giudicato, il dipendente ha diritto ad essere riammesso in servizio.
La prerogativa, chiaramente recepita da tutti i contratti collettivi del pubblico impiego, è stata applicata anche a Renato Giardina, funzionario dell’Agenzia delle Entrate, arrestato venerdì scorso a Milano perché sorpreso con “le mani nel sacco” mentre, assieme al fratello, intascava una tangente di oltre 100mila euro. Se il dottor Giardina fosse stato alle dipendenze di una qualunque azienda privata, oggi dovrebbe affrontare un processo penale e dovrebbe anche cercarsi un nuovo posto di lavoro. Ma così non è perché il suo datore è lo Stato che gli garantisce una sorta di impunità, resa ancora più grave dai mastodontici tempi della Giustizia italica.

I dipendenti dell’Agenzia delle Entrate, peraltro, stanno protestando per il mancato rinnovo del loro contratto collettivo, scaduto un paio d’anni fa. E proprio in questa fase di contrattazione, il Fisco ha proposto di eliminare questa “sospensione” almeno nei casi più gravi (quelli, ad esempio, in cui scatta l’arresto in flagranza di reato). Inutile è forse annotare che tale proposta ha prodotto un duro “no” da parte dei sindacati, che hanno prontamente sollevato la barricata dei “diritti costituzionali”, stigmatizzando l’”arroganza” della controparte pubblica che intende “azzerrare alcuni diritti fondamentali e costituzionalmente garantiti”, pretendendo di licenziare prima della pronuncia del giudice. Ennesimo esempio delle prese di posizione preconcette che non danno alcun lustro al sindacato e che, di fatto, danneggiano tutti quei pubblici dipendenti che lavorano onestamente.

I “tribunalini” italiani: uno spreco di risorse o un presidio di legalità?

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Sono sessantatré gli uffici giudiziari italiani di piccole dimensioni e per questo definiti dal Ministero di Grazia e giustizia come “tribunalini”, la cui pianta organica conta meno di quindici giudici. Ciascuno di essi, va da sé, ha la sua Procura della Repubblica, i suoi cancellieri, i suoi uffici di Polizia giudiziaria, il suo piccolo o grande bilancio per i servizi, la gestione e le manutenzioni.

Sparsi in tutta Italia (con le eccezioni di Emilia Romagna e Puglia), i “tribunalini” sono nati per i motivi più diversi, molti dei quali divenuti oramai anacronistici. Un tribunale fu “regalato”, secoli or sono, alla contea di Modica, ad una manciata di chilometri da Ragusa mentre, nonostante i soli trenta chilometri di distanza, sia Voghera sia Pavia hanno un proprio ufficio giudiziario a motivo dei contrasti – ragionevolmente oramai sopiti – tra il Regno di Sardegna ed il Lombardo-Veneto.

Da qualche tempo a questa parte, i “tribunalini” sono oggetto del contendere tra i sostenitori di due scuole di pensiero. Secondo alcuni, infatti, la loro abolizione consentirebbe una riduzione dei (non certo modesti) costi della Giustizia. Secondo altri, invece, essi costituiscono presìdi di una sorta di “giustizia di prossimità”, capace di offrire una risposta rapida ed efficiente al cittadino.

La media italiana è di 584 fascicoli per giudice, cui si contrappongono, ad esempio, le 257 cause mediamente assegnate ai magistrati in forza al Tribunale di Mistretta (ME), sul cui territorio insiste un bacino d’utenza che supera appena le tremilacinquecento unità, o i poco più numerosi fascicoli (283) che giacciono sulle scrivanie dei giudici di Nicosia (EN). Non raggiungono, comunque, la media di 400 pratiche per giudice neanche i Tribunali di Camerino (MC), Sala Consilina (SA), Enna, Gela (CL), Sciacca (AG) e Lanusei (OG).

Anzitutto, va detto che le piccole dimensioni non determinano, automaticamente, tempi brevi. Emblematico è il caso di Voghera: 10 giudici con 476 fascicoli ciascuno. Qui occorrono quattordici mesi per concludere il primo grado di giudizio davanti al giudice penale monocratico, contro i dieci mesi necessari presso il Tribunale di Roma. Il motivo va ricercato nelle difficoltà organizzative cui i “tribunalini” sono costretti: basta la malattia di un magistrato o di un cancelliere, ad esempio, a causare profondi stravolgimenti nella programmazione del lavoro. E così le rapine negli uffici postali, i furti negli appartamenti, piccoli e grandi reati commessi da pubblici amministratori, lo spaccio di sostanze stupefacenti, … necessitano di tempi lunghi per essere accertati. D’altro canto, il Procuratore capo, Aldo Cicala, è rimasto – in compagnia del Presidente del Tribunale, Fabrizio Poppi – senza auto di servizio: il contratto di noleggio è scaduto ad ottobre e non è stato rinnovato. Ed i denari per le spese d’ufficio sono finiti già prima dell’estate.

In altri casi, le piccole dimensioni degli uffici giudiziari risultano comunque eccessive rispetto al carico di lavoro. Come nel caso di Acqui Terme: 6 giudici con 363 fascicoli ciascuno. Zona tranquilla, evidentemente: l’ultimo reato finanziario grave ricordato è una bancarotta che riguardava una Sim. La Procura acquese ha fatto recuperare alle parti lese metà del danno sofferto, complessivamente quantificato in 7mila euro. “Saremmo in grado di reggere anche un carico di lavoro maggiore di quello che c’è. Se ci fosse!”, commenta il Procuratore della Repubblica di Acqui, Maurizio Picozzi. In ogni caso, i tempi medi di decisione superano, anche qui, i ventuno mesi.

Sono numerose, insomma, le ragioni che dovrebbero portare alla chiusura di questi uffici, ragioni di cui il Ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, potrebbe tener conto nel redigere il piano operativo di riordino promesso per la prossima primavera. Il più sarà vedere se, all’epoca, occuperà ancora un posto in via XX Settembre e, nel caso, se non avrà nessuna incombenza più grave cui far fronte. Nel frattempo, il Procuratore della Repubblica di Acqui, grazie alle acque termali che sgorgano nella cittadina, ha risolto il suo problema del colon spastico.

Quali prospettive per l’economia del 2008?

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Negli ultimi quattro anni, i mercati finanziari sono stati caratterizzati da una crescita quasi ininterrotta dei listini azionari, da tassi di interesse particolarmente bassi, da una volatilità contenuta e da una liquidità abbondante. Le previsioni di crescita dell’economia per l’anno 2008 non sono, però, ispirate a particolare ottimismo, dopo lo scoppio della mina dei mutui subprime statunitensi. E oltre la crisi dei mutui a stelle e strisce non garantiti, pare che la debolezza della moneta verde, il sensibile incremento del prezzo del greggio e di altre materie prime, la riduzione dei tassi di crescita delle economie occidentali e la riduzione rispetto alle stime degli utili aziendali costringeranno il mercato a fare i conti con due “bestie nere” dell’economia: il “credit crunch” e la “stagflation”.

Il primo può essere tradotto, nella sostanza, in un giro di vite sul credito e dunque in una diminuzione della quantità di denaro liquido sul mercato, con conseguente aumento del suo prezzo per le imprese. La “stagflation”, invece, è un neologismo, coniato per indicare la combinazione tra la stagnazione economica e l’inflazione, nei confronti della quale, comunque, il sistema economia ha una sorta di “paracadute” offerto dai mercati emergenti, che contribuiranno, nel 2008, per 3/5 alla crescita del PIL mondiale. In questo senso, infatti, si comprende lo scarso decremento nella stima della crescita globale ipotizzato dal Fondo monetario internazionale nel “World economic outlook” autunnale (dal 5,2% al 4,8%) che, se verificata, etichetterebbe il 2008 quale sesto anno consecutivo con un indice di espansione sopra il 4%.

Resta il fatto che nei primi undici mesi di quest’anno, la Borsa di Milano ha perso 10 punti percentuali, qualificando l’Italia tra i fanalini di coda nel panorama mondiale. Tale risultato può essere spiegato ricorrendo ad almeno due ordini di ragioni. Anzitutto occorre ricordare che un terzo della capitalizzazione di Piazza Affari è costituito da aziende di credito, che hanno evidentemente risentito per prime della crisi scatenata dai mutui subprime. Inoltre, un peso è stato sicuramente giocato dalla drastica riduzione in ribasso delle stime di crescita delle nostre società quotate.

Cosa ci dobbiamo realisticamente aspettare, dunque, per l’economia dell’anno venturo?

Anzitutto, una riduzione delle attività di “private equity” e una contrazione importante delle operazioni di acquisizione. Inoltre, un aumento del costo del denaro per le imprese. Il tutto in un panorama in cui l’incertezza sarà il “fil rouge” che farà da sfondo ai mercati azionari e, per converso, alle scelte degli operatori finanziari.

Secondo Simon Johnson, capoeconomista del Fondo monetario internazionale, “chi offre prestiti ha già adottato standard più severi, e se i finanziamenti dovessero divenire disponibili con meno immediatezza non è da escludere un calo più marcato dei prezzi del mercato immobiliare, che appare sopravvalutato in diverse zone del mondo”. Uno scenario di questo tipo, evidentemente, attaccherebbe dapprima i consumi delle famiglie statunitensi per poi abbattersi anche sui bilanci degli istituti di credito, chiamati a fronteggiare sempre più casi di insolvenza. Questo avrebbe inevitabili ripercussioni anche sul resto del mondo perché – sono sempre parole di Johnson – “la tempesta sui mercati finanziari globali potrebbe essere di intralcio ai flussi di capitale diretti verso queste aree e innescare una serie di problemi sui mercati domestici”.

Fare impresa in Italia? Ancora troppo difficile…

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Si chiama Doing Business 2008 l’ultimo report elaborato dalla Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo che sintetizza l’analisi dei dati relativi alla facilità con la quale è possibile fare affari nei vari Paesi del mondo.
Secondo gli analisti dell’istituto diretto da Robert Zoellick, l’Italia si piazza al 53° posto nella classifica del pianeta, dopo il Regno Unito (6°), la Germania (20°), la Francia (31°) e la Spagna (38°).

Un raffronto con l’edizione 2007 del rapporto non sarebbe significativo, attesa la modifica della metodologia che sottende lo studio. Ma è comunque importante notare come alle riforme economiche e finanziarie varate nel nostro Paese nell’ultimo anno gli esperti di Washington abbiano dedicato solo due righe, per richiamare la riforma del diritto fallimentare, approvata l’anno passato. Nessun riferimento, dunque, alle “lenzuolate” liberalizzatrici del Ministro Bersani, neanche citate nel rapporto.

All’assenza di una adeguata legislazione che favorisca le imprese si aggiunge, quale zavorra per la competitività italiana, l’elevata imposizione fiscale. Secondo la Banca Mondiale, infatti, ogni impresa italiana versa mediamente al Fisco oltre 76 euro ogni 100 euro di profitti, laddove la media dei Paesi che hanno aderito all’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico è pari al 46,2%. Dati che, chiaramente, non agevolano lo sviluppo dell’economia del Belpaese, che soffre – in tal senso – della significativa concorrenza di Francia (con un’imposizione media pari al 66,3%), Spagna (62%), Germania (50,8%) e del Regno Unito (35,7%).

Ancora, preoccupanti sono i tempi necessari in Italia per avviare un’impresa: le nove diverse procedure previste dalle norme nazionali necessitano di tredici giorni di lavoro (contro i sette giorni, ad esempio, stimati per la Francia). E non favoriscono l’affluenza di capitali stranieri i quasi ventiquattro mesi necessari ad un’impresa estera per stipulare un accordo commerciale in Italia: nel Paesi OCSE, la media è di poco più di dodici mesi.

Tutte le considerazioni sintetizzate dalla Banca Mondiale sono peraltro condivise, tra gli altri, da Alessandro Garrone, giovane amministratore delegato di Erg, il secondo gruppo italiano che opera nel settore petrolifero: “Abbiamo un miliardo di euro investiti su progetti in grande ritardo”, annota Garrone, in un’intervista a Panorama, riferendosi a progetti legati alle cosiddette fonti di “energia pulita”. “Se continua così – prosegue amaramente – ci dovremo guardare intorno. Andremo in altri Paesi europei dove le regole del gioco non cambiano in continuazione, dove prima di fare l’investimento sai quale può essere il ricavo e sono sicuri i tempi”. Prosegue l’ad: “Abbiamo avuto l’opportunità di comprare cinque parchi eolici in Francia. Sa quanto ci abbiamo messo a entrare e a partire? Due mesi. In Italia, da quando identifichi la zona a quando cominci, se tutto va bene e non ci sono blocchi, proteste, sentenze e amenità varie, ci vogliono tre anni. Noi crediamo nell’energia rinnovabile e abbiamo messo sul piatto un bel mucchio di soldi. Significa risparmio, sviluppo, posti di lavoro. In cambio chiediamo regole chiare e velocità nelle autorizzazioni”. All’Esecutivo e al Parlamento il compito di far sì che quella di Garrone non sia una vox clamantis in deserto.

Tfr: tinte in chiaroscuro e rischi per le grandi opere

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Nonostante la fiducia manifestata nei corridoi dell’Inps, i dati sul fondo di tesoreria costituito presso il Ministero dell’economia e gestito dall’istituto previdenziale non sono rassicuranti. In esso sono confluite le quote di tfr maturato dei lavoratori di società con più di cinquanta dipendenti che hanno deciso di lasciare le loro liquidazioni “in azienda”. A fine ottobre 2007, FondInps – così si chiama il fondo – disponeva di 3,53 miliardi. Un bel gruzzoletto, insomma. Ma quei danari non bastano. Già, perché a luglio 2007, con un decreto, il Governo ha deciso lo sblocco del 30% del fondo a favore di Anas e Rfi, che abbisognano di circa 5,5 miliardi per avviare i bandi del contratto 2007 e per finanziare una serie di cantieri aperti.

Si potrebbe discutere sull’opportunità di trasformare un debito (tale è, per le aziende, il trattamento di fine rapporto) in una fonte di entrata per lo Stato. Così come si potrebbe discutere sulla scelta del cosiddetto “silenzio assenso”, visto che la partecipazione inconsapevole a un mercato finanziario non è mai una cosa buona. Ma, messe da parte queste considerazioni ed i numeri, è interessante fare il punto sulla riforma e valutarla mentre ci si avvicina al primo semestre di vigenza. L’interesse è aumentato, peraltro, dal fatto che il “nuovo corso delle pensioni” è uno dei rarissimi casi di riforma bipartisan nel nostro Paese.

Secondo la Commissione di vigilanza sui fondi pensione, i lavoratori dipendenti privati iscritti a forme pensionistiche complementari sono aumentati del 50%, per lo più grazie all’adesione ai fondi negoziali. Un buon risultato, si potrebbe dire. Ma sarebbe vero solamente a metà.

La scelta esplicita a favore dei fondi pensione, infatti, è minima tra i giovani, che pure ne sarebbero dovuti risultare i primi destinatari, mentre il maggior tasso di penetrazione si registra nella fascia compresa tra i 40 e 49 anni. Analogo discorso va fatto per le piccole imprese, nelle quali sovente i lavoratori sono meno tutelati, dove il livello di adesione alle forme pensionistiche complementari è stato insoddisfacente.

Ricercare le cause di questi insuccessi non è facile, anche perché non è da escludere che molti lavoratori abbiano optato per un atteggiamento “prudente”, decidendo di non trasferire da subito il proprio tfr in attesa di successive e più ponderate valutazioni di opportunità. Ma è indubbio che, almeno in parte, tale situazione deve essere imputata alla cultura finanziaria media dei lavoratori, poco avvezzi a confrontarsi con strumenti differenti rispetto a conti correnti e titoli di stato. Alcune colpe – forse quelle più pesanti – debbono farsi ricadere, però, anche sul Governo, che non è stato in grado di garantire la giusta chiarezza sull’operazione, diffondendo messaggi poco mirati a obiettivi specifici. D’altro canto, gli stessi appartenenti dell’Esecutivo non erano sicuri sul da farsi, con alcuni Ministri che davano indicazioni in un senso ed altri orientati in senso opposto. Inoltre, un ruolo negativo è stato giocato anche dalla minaccia di nuove tassazioni sulle rendite finanziarie, senza un chiarimento che rendesse chiara l’eventuale esclusione dei fondi pensione dall’imposizione.

Competitività mondiale: secondo l’Economist l’Italia è al 40° posto

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Prosegue la mia collaborazione con Agorà11. Oggi è stato pubblicato il secondo articolo. Chi non avesse niente di meglio da fare può leggerlo qui sotto e, se vuole, commentarlo qui.

Malesia, Slovenia, Lettonia e Lituania sono solo alcuni dei trentanove Paesi che precedono l’Italia nella classifica mondiale sulla competitività elaborata dalla Business International sulla scorta dei dati forniti dalla Economist intelligence unit. Rispetto all’anno scorso, il Belpaese ha guadagnato solo una posizione, pur registrando risultati importanti nei settori delle opportunità di mercato e del commercio estero (grazie al progresso dell’indice relativo alle iniziative per l’attrazione di capitale straniero), assestandosi su un punteggio di 7,01.

La ricerca valuta, a livello globale e regionale, la competitività di uno Stato e il suo livello di business environment all’interno del sistema globale, assegnando un punteggio compreso tra 1 e 10. Mediocre il risultato assegnato all’Italia in tema di regime fiscale, di infrastrutture, di ambiente macroeconomico e di sistema finanziario. I redattori del rapporto hanno valutato negativamente l’estenuante lentezza sui progetti legati alle infrastrutture, la partenza in sordina dei fondi pensione, la scarsa propensione delle famiglie alla diversificazione del proprio portafoglio, lo scoglio dei contributi per la sicurezza sociale, l’elevato rapporto tra tassazione e PIL.

Il quadro delineato, insomma, non è dei più rosei, e la posizione di “metà classifica” dell’Italia (preceduta, peraltro, da numerosi Paesi europei, come la Spagna, il Portogallo, la Francia e la Germania) non può che essere di stimolo per chi ci governa. Ricorrendo ad eufemismi, l’amministratore unico di Business International, ha dichiarato: «Il risultato dell’Italia non è particolarmente lusinghiero e ci consente solo di vivacchiare, rimanendo 16esimi a livello europeo.

Secondo l’Economist, il nostro mercato del lavoro e il nostro regime fiscale sono tra i peggiori del mondo. E non miglioreranno di molto nei prossimi cinque anni».

L’abolizione dei costi di ricarica sui cellulari e le pseudo-liberalizzazioni e la concessione della “quattordicesima” ad alcuni pensionati (sulla quale, peraltro, stanno indagando la Guardia di Finanza e la Corte dei Conti) approvate dall’attuale Esecutivo non sono assolutamente sufficienti per dare slancio e vigore alla nostra economia, che abbisogna di interventi strutturali volti a ridurre la pressione fiscale e ad alleggerire il carico di burocrazia che rende faticoso, demotivante e frustrante il lavoro degli imprenditori.

È sì vero che il settimanale economico londinese è uso ad esprimere giudizi assai negativi nei confronti dell’Italia, ma dai numeri pubblicati emerge una (speriamo non cronica) incapacità del nostro Paese a risolvere i problemi. Recentemente Prodi ha ammonito che «se l’Italia non si rimette a correre come i Paesi moderni, la crisi sarà irreversibile». Il Professore ha ragione. Ma non può dimenticarsi che è suo precipuo compito favorire tale gcorsah della nostra economia. E, al momento, alle prese con l’approvazione di una Finanziaria sul filo del rasoio, pare che sul vano sforzo di accontentare tutti si stiano concentrando le attenzioni del Governo. Forse ha ragione il Primo ministro lussemburghese, Jean-Claude Juncker, secondo cui «i politici sanno bene cosa devono fare ma il problema è che non sanno come farsi rieleggere una volta che hanno fatto queste cose»…

“Decreto espulsioni”: una norma troppo discrezionale

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Bannerino160x50 BComincia oggi la mia collaborazione con “Agorà11“, “la sezione di 11minuti in cui blogger affermati giovani giornalisti possono pubblicare i propri articoli e discuterne” con i lettori e con la redazione della testata, diretta da Marco Taradash (qui il suo blog). Il mio primo articolo è disponibile qui.

Quello delle espulsioni dei cittadini comunitari era, nelle intenzioni del Ministro dell’Interno, un argomento delicato, sul quale la decisione finale e ponderata sarebbe dovuta spettare al Parlamento. Per questo, il Viminale aveva giustamente predisposto un disegno di legge da sottoporre all’attenzione del legislatore.
Poi a Roma è stata uccisa, forse per mano di un giovane cittadino rumeno, Giovanna Reggiani. E mentre i politici di entrambi gli schieramenti s’impegnavano nel consueto gioco del “rimpallo delle responsabilità”, il Governo ha deciso di trasformare quel disegno di legge in un decreto legge, sì da garantirgli l’immediata entrata in vigore, accantonando tutti i “buoni propositi” relativi alla supremazia legislativa del Parlamento esternati da Amato.
La decisione ha sollevato non poche perplessità: su temi così delicati, un Governo può prendere decisioni sulla scorta dell’emotività generata da un esecrabile episodio di cronaca oppure deve ragionare “guardando in alto”, per il bene del Paese? Ma ormai il provvedimento è, formalmente, in vigore e a destare le maggiori preoccupazioni sono, ora, i margini di discrezionalità previsti dalla norma approvata da Palazzo Chigi, nonché il coordinamento tra il decreto legge e la legislazione comunitaria.

Nel febbraio del 2007, infatti, l’Italia ha recepito la direttiva n. 38/2004 del Parlamento e del Consiglio dell’Unione, che detta i principi in tema di libertà di circolazione e di soggiorno dei cittadini degli Stati membri. La direttiva comunitaria disciplina i limiti posti a tale libertà, correlati a ragioni di ordine pubblico o di pubblica sicurezza e stabilisce che i cittadini comunitari hanno diritto di soggiornare in un altro Stato membro per un periodo non superiore a tre mesi, a condizione che svolgano un’attività lavorativa o dispongano, comunque, di risorse economiche sufficienti alla sussistenza.

In virtù del decreto legislativo entrato in vigore il 2 novembre scorso, il potere di allontanare un cittadino comunitario per motivi di pubblica sicurezza è stato conferito ai Prefetti e riservato al Ministro dell’Interno solo per cittadini che soggiornano in Italia da più di dieci anni o per i minorenni. In presenza di «motivi imperativi di pubblica sicurezza», l’allontanamento è eseguito dal Questore, previa convalida del provvedimento da parte del giudice di pace. E già qui si solleva il primo dubbio: forte è, infatti, la pressione da parte di alcune forze politiche affinché tale controllo di legittimità e di merito sia attribuito non ai magistrati onorari ma al tribunale in composizione monocratica, sicuramente più attrezzato e meglio preparato per il delicato compito.

Problemi interpretativi, inoltre, sono sollevati dalla lettera del provvedimento, che qualifica quali «motivi imperativi» quei «comportamenti che compromettono la tutela della dignità umana o dei diritti fondamentali della persona umana ovvero l’incolumità pubblica», sì da rendere la permanenza del cittadino comunitario «incompatibile con l’ordinaria convivenza». È di tutta evidenza come ci sia discrasia tra i gravissimi comportamenti descritti dalla norma e la generica incompatibilità «con l’ordinaria convivenza». Come interpreteranno la disposizione i Prefetti? Disporranno l’espulsione solo per i cittadini rei di gravissimi reati o anche per coloro che non avranno rispettato le regole di «ordinaria convivenza»? E, in concreto, chi ha identificato tali regole?

In una circolare inviata dal Ministero dell’Interno alle Prefetture, il Governo ha precisato che «il provvedimento normativo è finalizzato, nel suo complesso, a rendere più celeri le procedure di allontanamento dal territorio nazionale di quelle minoranze di cittadini comunitari che non ispirano i propri comportamenti ai principi di integrazione tra gli Stati dell’Unione, rendendosi così responsabili di attività illecite, particolarmente gravi, che determinano allarme sociale». A riguardo, il Prefetto di Torino, Goffredo Sottile, ha dichiarato: «Lo strumento è utile ma deve essere utilizzato con equilibrio».
Ma che il decreto legge rispondesse più ad esigenze di immagine nei confronti dell’opinione pubblica che al bisogno di dotare le Autorità di strumenti snelli per allontanare in maniera coatta pericolosi cittadini comunitari dal patrio suolo è dimostrato dai numeri: i cittadini accompagnati immediatamente alla frontiera per «motivi imperativi», nel corso della prima settimana di vigenza del decreto legge, sono stati meno di trenta.

Il tema dell’immigrazione – di quella regolare e di quella irregolare, di quella comunitaria e di quella extracomunitaria – avrebbe sicuramente meritato maggiore attenzione normativa e maggiore sensibilità da parte dell’Esecutivo che, anche in questo caso, ha dimostrato di non eccellere nell’arte del buon governo.


“Decreto espulsioni”: una norma troppo discrezionale
www.11minuti.com - martedì 13 novembre 2007