Questa notte ripensavo, Franco, a quando - non molti mesi fa - andammo nell’urbinate per quei cani cui erano stati applicati dei collari elettrici. Partimmo al mattino e non avemmo difficoltà a trovare il box dove le povere bestie erano detenute. E non avemmo neanche difficoltà a scoprire che la segnalazione ricevuta non era infondata: entrambi gli animali avevano quegli strumenti odiosi al collo.
Ricordo bene, Franco, lo sguardo che ci scambiammo alla vista di quello spettacolo così poco gradevole e ricordo lo slancio con il quale indossasti i guanti da lavoro (per il timore di essere morso), apristi la gabbia e slacciasti i due collari, per sequestrarli.
Come togliesti quegli aggeggi dal collo dei due cani, questi cominciarono subito ad abbaiare, quasi a sfogarsi dopo tanto tempo di silenzio obbligato. Mi guardasti e, mentre ti sfilavi i guanti, mi dicesti: “Sentire di nuovo questi cani che abbaiano è la più bella soddisfazione in trent’anni di servizio come Guardia zoofila”.
Rimasi commosso a quelle parole, Franco. Forse te ne accorgesti, in ogni caso non ti dissi nulla. E di questo mi dispiaccio. Rimasi commosso perché venne allo scoperto, in quell’occasione, lo spirito con il quale da sempre avevi svolto il tuo servizio, di dirigente dell’Ente e di Guardia zoofila. Un servizio limpido, disinteressato, non attento alle prime pagine dei giornali né al luccichio delle stellette sulle spalline di una giacca inamidata ma volto solo a garantire il nostro primo ed unico obiettivo: il benessere degli animali.
Quel giorno nell’urbinate, Franco, eri già malato. E me l’avevi detto. Ma nonostante la malattia tu eri lì, sotto il sole. Con lo sguardo coperto dai tuoi occhiali da sole, che credo ti servissero più per nascondere gli occhi che cominciavano un po’ ad affossarsi piuttosto che per proteggerli dalla luce.
Ricordo bene, Franco, la soddisfazione con la quale firmasti la notizia di reato e consegnasti i documenti, assieme ai collari sequestrati, alla Procura di Urbino. Ecco: avevi fatto il tuo dovere ed avevi salvato due animali da terribili sofferenze. Grande, Franco! Bel lavoro.
Un male cattivo ti ha portato via, Franco. Quel male contro cui per anni avevi lottato, vincendo ogni volta la tua sfida. Ma forse oramai eri stanco. O forse così doveva andare.
Stamani, Franco, nella camera mortuaria, non ho potuto trattenere le lacrime. Scusami. Ma sappi che la tristezza di queste ore lascerà presto il posto alla serenità del tuo ricordo. Sì, perché, Franco, so già che non avvertirò la tua mancanza. No. Perché, ora più che in passato, ogni volta che da dirigente dovrò prendere una decisione, ogni volta che mi siederò ad un tavolo per una riunione, ogni volta che inizierò a scrivere una lettera, ti chiederò consiglio sul da farsi, e so che me lo darai.
E vorrò proseguire la mia attività, all’interno di ENPA, con lo stesso spirito e la stessa onestà con la quale hai servito l’Ente per così tanti anni. Se non ricordo male, il primo anno in cui ti iscrivesti all’Ente fu lo stesso in cui sono nato. E chissà che questa coincidenza non sia invece un “segnale”.
Grazie, Franco, per quello che mi hai testimoniato. Grazie perché mi hai indicato una via. Grazie perché ancora oggi non ci lasci soli.
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“Ammazzalo, cucinalo, mangialo” è il nome di un 




