Si è dimesso Massimo Romano, Direttore dell’Agenzia delle entrate

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Con un breve comunicato stampa diramato dal Settore Comunicazione Istituzionale dell’Agenzia delle entrate è stata diffusa la notizia delle dimissioni del Direttore Massimo Romano.

Secondo l’ufficio stampa, attendere il decorrere dei 90 giorni previsti dalla norma sullo spoil system

avrebbe messo a rischio il raggiungimento degli obiettivi previsti per il 2008. La decisione, dunque, vuole anzitutto salvaguardare e rafforzare l’azione dell’Agenzia impegnata a migliorare i significativi risultati raggiunti nel 2007 sia sul fronte del contrasto all’evasione che del miglioramento dei servizi ai contribuenti. 

ll Direttore Romano era stato recentemente indagato dalla Procura di Roma per violazione della normativa sulla privacy, a seguito della pubblicazione on-line sul sito dell’Agenzia degli elenchi delle dichiarazioni dei redditi relative all’anno 2005.

In attesa della nomina del nuovo Direttore, la reggenza dell’Agenzia sarà affidata, già da lunedì prossimo, dal Direttore del Settore Accertamento, Villiam Rossi.

Perché è giusto detassare gli straordinari

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Sono passati dieci anni da quando la Francia introdusse una radicale riforma dell’orario di lavoro: l’approvazione delle 35 ore sancì la vittoria di una battaglia sindacale condotta all’insegna del motto “Lavorare meno e lavorare tutti“.

Nessun Paese europeo ha seguito la Francia. In Germania, ad esempio, gli accordi sindacali sono stati ispirati al principio secondo cui è bene “Lavorare di più e lavorare tutti“. E questo è l’adagio che sembra ispirare l’intenzione del Governo di avviare un processo che porti ad una graduale detassazione del lavoro straordinario.

Un provvedimento di questo tipo non si poggia solo sulla necessità di migliorare la flessibilità aziendale, che hanno bisogno di strumenti snelli per far fronte ad un mercato sempre più agguerrito. La detassazione degli straordinari trova terreno fertile anche nella volontà di accrescere la partecipazione dei dipendenti alle sorti dell’azienda, favorire la diffusione in loro della convinzione che il lavoro è anzitutto un’opportunità per rafforzare, attraverso ogni singola impresa, l’intera economia, il “sistema-Paese”.

Vedremo come andrà a finire…

I redditi in Rete? Il Garante dice no. E nel mondo…

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Torno, brevemente, sulla vicenda della pubblicazione delle dichiarazioni dei redditi 2005 da parte dell’Agenzia delle entrate. Per due motivi.

Il primo è che, ieri, sull’episodio si è espresso il Garante per la privacy, la cui decisione non lascia spazio ad ambiguità:

1) a conferma della sospensione della pubblicazione degli elenchi nominativi per l’anno 2005 dei contribuenti che hanno presentato dichiarazioni ai fini dell’imposta sui redditi e dell’imposta sul valore aggiunto [...] inibisce all’Agenzia di: a) diffondere ulteriormente in Internet detti elenchi con le modalità che il presente provvedimento ha stabilito essere in contrasto con la disciplina di settore attualmente vigente; b) diffonderli in modo analogo per i periodi di imposta successivi al 2005, in carenza di idonea base normativa e della preventiva consultazione del Garante;

2) manda all’ufficio di contestare all’Agenzia, con contestuale provvedimento, la violazione amministrativa per l’assenza di un’idonea e preventiva informativa ai contribuenti interessati;

3) dispone che l’ufficio curi la più ampia pubblicità del presente provvedimento [...] al fine di rendere edotti coloro che hanno ottenuto i dati dei contribuenti provenienti, anche indirettamente, dal sito internet dell’Agenzia, della circostanza che essi non possono continuare a metterli in circolazione stante la suesposta violazione di legge e che tale ulteriore messa in circolazione configura un fatto illecito che, ricorrendo determinate circostanze, può avere anche natura di reato.

Insomma: l’iniziativa delle Entrate (e dunque di Visco) è stata bocciata senza possibilità d’appello. E nel frattempo, le Procure di Roma e di Catania hanno aperto un’inchiesta. Secondo voi cadrà qualche testa? Io ritengo proprio di no, se ho imparato a conoscere il mio Paese.

Il secondo è che mi sono informato sul regime di pubblicità di tali informazioni all’estero, visto che a riguardo si sono sentite le tesi più diverse. Questo è il quadro della situazione, per quanto ne so.

In Belgio non è consentita la pubblicazione: l’amministrazione fiscale invia i dati della liquidazione ai singoli contribuenti per lettera (ed il contenuto è, dunque, tutelato dalla segretezza della corrispondenza). Esiste una procedura standard che prevede un accesso individuale a queste informazioni. Le decisioni/sentenze in materia tributaria sono pubblicate, generalmente, senza indicare i nominativi degli interessati.

In Finlandia la pubblicazione su Internet è consentita ma l’accesso ai dati avviene a seguito di registrazione.

In Germania e in Ungheria la pubblicazione di dati tributari su Internet è vietata.

In Irlanda la pubblicazione di dati tributari su Internet è vietata, a meno che non si rilevino casi di evasione, per i quali è ammessa la pubblicazione del nominativo dell’evasore, anche in Rete.

In Norvegia la pubblicazione dei consuntivi fiscali su Internet è ammessa dalla legge, pur con numerose restrizioni (quali, ad esempio, il limite temporale di accesso). Non mancano, tra l’opinione pubblica, voci di dissenso sull’attuale normativa a riguardo.

In Portogallo, come in Irlanda, la pubblicazione dei dati tributari in Rete è vietata, con l’eccezione degli evasori, in relazioni ai quali sono pubblicate generalità e fascia di reddito presunta.

Nel Regno Unito la pubblicazione non è ammessa. In base alla normativa sulla trasparenza, i dati possono essere ottenuti a seguito di una richiesta individuale.

In Slovenia la pubblicazione non è ammessa in nessun caso, trattandosi di informazioni coperte dal segreto fiscale.

In Spagna la pubblicazione dei dati tributari non è ammessa. Il singolo contribuente può controllare in Rete le proprie informazioni. Gli evasori possono essere indicati nominalmente, ma solo se non è stato possibile notificare loro il provvedimento dell’agenzia fiscale.

Negli Stati Uniti non è ammessa la pubblicazione. L’accesso ai dati è consentito solo ad alcune società (banche ed assicurazioni, per lo più). Per la generalità dei contribuenti è ammesso l’accesso limitato ai soli crediti di imposta per le agevolazioni.

In Svezia non è consentita la pubblicazione. Disponibile, a pagamento, l’annuario dei contribuenti, con i rispettivi redditi.

I redditi 2005 on-line? Grillo non ci sta

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Mercoledì l’Agenzia delle entrate ha pubblicato, sul proprio sito, gli elenchi nominativi dei contribuenti che hanno presentato le dichiarazioni dei redditi e dell’IVA relative all’anno 2005.

Inutile dire che tale iniziativa ha suscitato non poche polemiche. Ma non è di questo che voglio parlare.

Vorrei spendere due parole sulla reazione che tale pubblicazione ha scatenato in Beppe Grillo. Sì, il paladino della Glasnost’, quello che distingue tra “Paesi normali” e l’Italia, quello che considera la democrazia italiana a rischio, quello che si lamenta per gli stipendi esagerati degli amministratori pubblici, …

Ebbene, nel suo frequentatissimo blog Grillo si è scagliato contro la mossa dell’Agenzia, utilizzando toni assai duri: “L’agenzia delle entrate ha messo on line tutti i rediti dichiarati dai cittadini italiani nel 2005. Chiunque può accedere liberamente, senza essere identificato. Gli è stato suggerito dalla Ndrangheta, dalla Mafia, dalla Camorra e dalla Sacra Corona Unita” perché ora “i rapimenti di persone saranno facilitati, il pizzo potrà essere proporzionato al reddito dichiarato”. Ma anche la microcriminalità potrà trarre vantaggio dagli elenchi, secondo il Nostro: “Le rapine in villa si faranno finalmente in tutta Italia”. E anche “gli odi familiari troveranno libere manifestazioni”.

Insomma: secondo Grillo è giusto richiama la “colonna infame” di manzoniana memoria ed è corretto qualificare l’iniziativa dell’Agenzia come “Follia, questa è follia”.

Ora: o perché il j’accuse di Grillo è parso poco coerente con la sua “missione” o perché quei 4.272.591 euro dichiarati dal genovese nel 2005 hanno fatto storcere il naso a molti, fatto sta che il post di Grillo è stato sommerso da commenti negativi. Ne cito solo alcuni

bah… 4 sacchi e rotti… a questo punto, vista la reazione scomposta, sono felice di non avervi mai contribuito, in nessun modo

sei ridicolo beppe. parli tanto di trasparenza, che l’italia nn è come gli altri paesi avanzati, poi quando fanno qualcosa come gli altri paesi tu lo contesti??? Sei come Berlusconi che critichi tanto sei un falso

Se Beppe Grillo pensa che Mafia ‘Ndrangheta e Camorra abbiano bisogno degli elenchi di Visco per sapere il reddito di ognuno di noi… beh! allora beppe Grillo è DEFICENTE.

L’unica cosa che trovo infame è questo scandalizzarsi per la pubblicazione dei dati fiscali.

E’ comunque interessante sapere che Beppe Grillo guadagna in un anno quanto un deputato in venti. Giusto per capire da che pulpito vengono le prediche.

Caro Beppe, che delusione! Amato ed ossanato come un nuovo messia e poi appena toccano l’interesse personale ti sentiamo fare certe dichiarazioni?

Lei che tanto ciancia sulla trasparenza dei bilanci aziendali, dovrebbe essere il primo a plaudire sulla possibilità di rendere pubblici i conti dei loro dirigenti e mi meraviglia molto che, invece porti avanti tesi qualunquiste ed assurde come quelle della possibilità che la mafia si appropri dei dati per rapimenti e rapine…

grillo!! vaffa…a te: uno, dieci, cento vaffa…a te! ti sei costruito un affare milionario, facendo il moralizzatore e ora è finalmente chiaro a tutti! chiedi scusa

Per quanti fossero curiosi, riporto alcuni dei redditi diffusi due giorni fa:

  • Beppe Grillo: 4.272.591 euro
  • Costantino Vitagliano: 463.785 euro
  • Eugenio Scalfari: 418.585 euro
  • Marco Travaglio: 282.280 euro
  • Emma Marcegaglia: 238.198 euro
  • Gabriele Muccino: 28.389 euro

Gli assegni post-datati all’angolo

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“Abbia pazienza prima d’incassarlo: sto aspettando un pagamento”.

Alzi la mano chi non si è mai sentito dire questa frase, ricevendo un assegno post-datato. Ma da questa mattina questi assegni avranno vita sempre più difficile: sono entrate in vigore nuove regole imposte dalla normativa antiriclaggio che, tra le altre cose, metteranno sempre più all’angolo gli assegni con data successiva all’emissione, quegli assegni che “funzionavano” come delle cambiali e che, per lungo tempo, hanno reso più agevole l’andamento dell’economia, alle prese con problemi piccoli o grandi di liquidità.

Intendiamoci: i post-datati sono sempre stati vietati. Niente di nuovo, dunque. Ma da oggi gli assegni saranno rilasciati dalle banche e da Poste Italiane solo con la clausola “non trasferibile” (a meno che non si voglia pagare il bollo da 1,50 euro per assegno) e la girata sarà ammessa solo per importi sotto i 5.000 euro, specificando il codice fiscale di chi gira. E così anche il post-datato sarà ostacolato nelle sue peregrinazioni da portafoglio a portafoglio. Per non parlare di quanti, oggi, si ritrovano “per sbaglio” in qualche cassetto (o in qualche cassaforte) assegni post-datati, privi della clausola di non trasferibilità, di importi superiore a 5.000 euro e con più girate sul retro. E non saranno pochi…

Norme antiriclaggio, si diceva, e di derivazione europea. Che si trasformano, almeno per noi, anche in ostacoli per atteggiamenti “disinvolti” sotto il profilo fiscale.

Una buona notizie, dunque, per tutti gli onesti d’Italia? Probabilmente sì, a condizione che non si diffonda l’idea che l’assegno è un mezzo di pagamento fuorilegge…

MistralAir vi dice qualcosa?

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MistralairHa un amministratore delegato (Valerio Vaglio), un presidente (Francesco Pizzo), un cda, un centinaio di dipendenti: è la MistralAir, la compagnia aerea controllata da PosteItaliane. Nata nel 2002, fu acquistata dalla Tnt per volere dell’allora ad di Poste, Corrado Passera. Per l’acquisizione, la società che gestisce (dovrebbe gestire?) la distribuzione della corrispondenza in Italia ha sborsato qualcosa come 10 milioni di euro.

In realtà, però, la MistralAir non hai mai funzionato. Poco dopo l’acquisto, Passera ha lasciato la poltrona e a chi ha preso il suo posto l’idea della compagnia non è mai piaciuta. Così sono passati sei anni.

La MistralAir può oggi fare affidamento su una flotta composta da velivoli belli e grandi: tre Boeing 737 e due Bae 146 della British Aerospace. Ai due Bae non è ancora stata cambiata nemmeno la livrea (volano ancora con i colori arancioni della Tnt, che peraltro è società concorrente rispetto a PosteItaliane). I tre Boeing sono impegnati in tre servizi diversi: uno vola da Roma a Palermo per la Sda (sempre gruppo PosteItaliane); il secondo trasporta passeggeri con base a Malpensa ma non è utilizzato come cargo per la corrispondenza; solo il terzo è impegnato per il trasporto postale anche se vola su una tratta decisamente non strategica (Roma - Sardegna, e ritorno). Non mancano, inoltre, i volti MistralAir per il trasporto di pellegrini a Lourdes o a Czestochowa o sul Monte Sinai, in collaborazione con l’Opera Romana Pellegrinaggi.
Questo significa che il trasporto aereo non serve alle Poste? Sembrerebbe di no, visto che la società si avvale, per il trasporto della corrispondenza, di oltre 130 voli settimanali. Voli che le sono venduti da Alitalia ed Air One

Nel mercato delle scommesse vincono le cosche

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Per chi vive in certe zone d’Italia, il pensiero che la criminalità organizzata sia qualcosa di “lontano” è frequente. Si tratta di una lontananza non solo geografica ma anche culturale. Per le nostre strade non ci sono morti ammazzati e le telecamere non immortalano macchine le cui carrozzerie sono state forate da colpi d’arma da fuoco né cadaveri coperti da lenzuola bianche.

Eppure mafia, camorra, ‘ndrangheta, sacra corona unita non sono solo sangue e violenza. E forse questo muoversi cercando di rimanere lontano dai riflettori è ancora più pericoloso di pistole e coltelli.

In un’attività le cosche hanno dimostrato di sapersi destreggiare con agilità: è quella delle scommesse. Ma non mi riferisco alle scommesse clandestine. Il crescente successo dei videogiochi e delle puntate legali sugli eventi sportivi ha attirato l’attenzione della malavita organizzata, che ha trovato in questo campo terreno fertile per far fruttare i propri guadagni, incrementandoli.

Videopoker PiccoloMaurizio Di Fede è indagato dalla Procura di Palermo nell’ambito dell’inchiesta denominata “Old Bridge”, incentrata sui collegamenti tra Cosa Nostra e le famiglie mafiose italo-americane. Di Fede, assieme a Salvatore Lo Piccolo, è accusato di associazione a delinquere di stampo mafioso. Secondo i magistrati, “Se da un lato Maurizio Di Fede, con la partecipazione attiva dei suoi sodali, coordinava in prima persona il giro d’affari proveniente dalle “macchinette” video-poker, dall’altro le risultanze investigative permettevano di appurare l’interesse, e di conseguenza l’infiltrazione, della cosca mafiosa in quel mercato nuovo e in rapidissima espansione derivato dalla legalizzazione delle scommesse sportive. In tale settore l’organizzazione criminale, ravvedendo grandi margini di profitto direttamente conseguenti alla crescente e rapida diffusione di centri scommesse del tutto legali, interveniva proponendosi, in forma occulta, come socio alla pari di coloro i quali gestivano legalmente i punti scommesse“.

La Procura palermitana ha individuato due punti scommesse controllati da Di Fede. Si tratta di un bar e di un’edicola di Palermo. Entrambi i punti operavano grazie alle licenza della Betting 2000, una società con sede legale a Napoli. La Betting 2000 si è aggiudicata 57 tra sale e corner al termine del bando indetto dall’Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato alla fine del 2006. Tra le offerte fatte dalla Betting 2000, avevano lasciato stupiti i 237mila euro messi sul tavolo per l’apertura di un corner a Misilmeri, 27mila anime sempre in provincia di Palermo. Un’offerta fuori dal mercato ed antieconomica.

La Betting 2000 ha comunque lavorato bene, tant’è che nell’aprile del 2007 ha superato quota 3.600 punti vendita.

Ma chi c’è dietro la Betting 2000? Fino alla scorso anno, la società era di proprietà di una dozzina di soci, tutti appartenenti alla famiglia Grasso, di Napoli. Ad essi si aggiungeva Antonio Luciano (con lo 0,08% delle quote), un commercialista campano. L’anno scorso, i dodici Grasso hanno ceduto le loro quote alla Meth srl, società tra i cui soci spicca Renato Grasso, altro membro della famiglia, mai apparso direttamente - però - nella Betting 2000. Renato Grasso è detto da molti “‘o mast“, “il capo“. Forse il nomignolo deriva dalle due condanne, passate in giudicato, che ha subìto. La prima è del 1993: 4 anni e 9 mesi per estorsione continuata aggravata in concorso. La seconda è del 1995: 5 anni e 6 mesi per associazione camorristica pluriaggravata e collaborazione con un’organizzazione criminosa dedita allo spaccio di stupefacenti, alle estorsioni, all’organizzazione e alla gestione del gioco del lotto clandestino e dei giochi d’azzardo in genere. Ma il signor Grasso è stato riabilitato e quindi i suoi precedenti poco contano, secondo alcuni.
Va detto, poi, che il commercialista Luciano ha seguito la contabilità di una decina di società riconducibili a Vincenzo Maresca, qualificato dall’Antimafia quale “responsabile della struttura tecnico-gestionale delle macchinette di videopoker” per il clan dei Casalesi in un processo attualmente in corso presso il tribunale di Santa Maria Capua Vetere.

Scava scava, si scopre poi che la Betting 2000 ha, tra le sue partecipate, la Sgai srl. Tra i soci di Sgai emergono i nomi di Pellegrino Mastella, primogenito dell’ex Guardasigilli Clemente, e di Carlo e Italico Lonardo, fratelli di Sandra Lonardo, moglie di Mastella senior e Presidente del Consiglio regionale della Campania. Italico Lonardo, socio di maggioranza di Sgai, è anche socio in altre tre società del settore dei giochi, ed è attualmente oggetto di indagine, assieme a Giampiero Pilla, da parte della Squadra Mobile di Palermo, a seguito delle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia che ha lavorato nel settore del gioco.

Ma il panorama delle “stranezze” non si esaurisce con Betting 2000 e Sgai. Altra aggiudicatarie delle licenze da parte dei Monopoli è la Primal. Fino al 1999 la Primal è stata di Sebastiano Scuto, noto nel catanese come “re dei supermercati e dei centri commerciali”, imputato per associazione mafiosa ed estorsione, accusato da un pentito di aver fatto da cassaforte della cosca dei Laudani, alleata dei Santapaola. Nel 1999 Scuto ha venduto le sue quote al nipote, Michele Spina, e alla di lui moglie, Donata Genoveffa Ferrara. Accusata di connivenze con la Sacra Corona Unita, la Primal era stata fermamente difesa proprio da Spina, che aveva sottolineato “la moralità e la solidità finanziaria della società che rappresento e la sua totale estraneità alle ipotesi” riportate dalla stampa. Sulla solidità finanziaria di Primal è difficile fare valutazioni. Valutarne la moralità è forse ancora più arduo. V’è da dire, comunque, che per partecipare al bando dei Monopoli del 2006 Spina aveva creato una cordata informale che aveva incluso anche Antonino ed Andrea D’Emanuele, figli di Natale, cugino di primo grado di Nitto Santapaola. Antonino ed Andrea D’Emanuele, otto mesi fa, sono stati arrestati nell’ambito dell’operazione antimafia denominata “Operazione Arcangelo”.

Non basta. Sempre per essere accredita al bando dell’Aams del 2006, la Primal ha prodotto una lettera d’impegno di fidejussione apocrifa nonché un bollettino postale contraffatto a riprova di un pagamento dichiarato ma chiaramente mai effettuato. La vicenda era stata denunciata dal Sole 24 Ore del 15 gennaio scorso. Il giorno successivo, il direttore generale dell’Azienda, Giorgio Tino, ed il responsabile del settore giochi, Antonio Tagliaferri, avevano deciso di trasferire ad altro incarico Antonio Perna, il dirigente che aveva firmato l’atto finale di convenzione con la Primal e di sospendere tutte le concessioni della società. La vicenda aveva costretto all’apertura di una “inchiesta interna”, quelle che tanto piacciono all’opinione pubblica. Qualcuno si è forse dimesso? Qualcuno è stato forse licenziato? Qualcuno si è forse scusato con l’opinione pubblica? Macché! “L’ispettore ha rilevato che i procedimenti relativi all’aggiudicazione dei diritti per il gioco ippico e sportivo con la società Primal non hanno presentato aspetti di illegittimità. Sono comunque emerse alcune criticità nei processi utilizzati e proprio per ovviare a tali disfunzioni ho formalmente invitato il direttore per i giochi a impartire con urgenza le necessarie direttive e a rafforzare la propria azione di coordinamento e vigilanza su tutti i singoli settori”: così si legge nella relazione inviata al Sottosegretario con delega ai giochi, Alfiero Grandi.

Dunque solo “criticità” e “disfunzioni”, anche se è stato provato che il direttore Tagliaferri era consapevole delle irregolarità commesse dalla Primal, prima che venissero date le autorizzazioni finali. Lo stesso Tagliaferri, infatti, ha indirizzato il 3 settembre 2007 una lettera alla Primal in cui tali irregolarità erano elencate e si concedeva (addirittura) una proroga nei pagamenti. Per la cronaca, una volta scoppiata la “bomba”, le concessioni date alla Primal sono state dapprima sospese ma non revocate, tant’è che la Primal le ha vendute ad altre società.

Conti dormienti: è bene che suoni la sveglia

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Ammontano ad una cifra stimata tra i 10 e i 15 miliardi di euro: sono i cosiddetti “conti dormienti”, ovvero quei depositi (conti correnti bancari o postali, libretti di risparmio, titoli obbligazionari o azionari o di Stato, contratti assicurativi) che non sono più movimentati da oltre dieci anni e che hanno un saldo superiore a 100 euro.

Entro ieri, le banche, gli intermediari e le assicurazioni hanno dovuto inviare ai titolari dei “conti dormienti” una comunicazione, con la quale il destinatario è invitato ad effettuare un’operazione, o comunque a farsi vivo. Il tenore della lettera, spedita a mezzo raccomandata con ricevuta di ritorno, è più o meno il seguente:

Egregio signor Tizio Caio,

la informiamo che il Suo conto presso la nostra banca da dieci anni non registra alcuna movimentazione e che se entro 180 giorni dal ricevimento della presente raccomandata non avremo sue comunicazioni, le somme depositate saranno devolute ad un apposito fondo, istituito per legge in favore dei risparmiatori che hanno subito frodi finanziarie.

Il titolare del conto, dunque, ha tre mesi di tempo per “risvegliarlo”. Lo potrà fare, ad esempio:

  • richiedendo un blocchetto di assegni
  • richiedendo un aggiornamento contabile
  • richiedendo una copia di qualsiasi documentazione bancaria
  • comunicando la variazione del proprio indirizzo di residenza
  • comunicando espressamente la volontà di voler continuare il rapporto

Attenzione! Non evitano la dormienza:

  • l’accredito di un bonifico da parte di terzi
  • l’addebito di utenze domiciliate
  • altre operazioni automatiche (come, ad esempio, i RID)
  • la scadenza ultradecennale di un titolo contenuto nel dossier titoli non movimentato
  • la mancata movimentazione dei depositi soggetti a tacito rinnovo.

Trascorso il termine di 180 giorni, i depositi non movimentati saranno trasferiti ad un Fondo (gestito da una commissione nominata dal Ministero dell?Economia) cui si attingerà per i risarcimenti a favore delle vittime dei crack finanziari o per la stabilizzazione dei precari della Pubblica amministrazione.

Entro il 31 marzo di ogni anno, poi, le banche e gli intermediari finanziari dovranno fornire al Ministero dell’Economia una lista dei rapporti dormienti. La lista sarà pubblicata, a spese dei titolari, sul sito del Ministero e su un quotidiano nazionale.

Fantasmi in ufficio: occorre ridare senso al lavoro

Inserito in: Annotazioni, Economia

Secondo la “piramide di Peter”, in una organizzazione gerarchica più alto è il grado, più cresce l’incompetenza.

Per David Bolchover la realtà è ancora più preoccupante. Nel suo The living dead, il manager prestato alla saggistica sostiene che nelle piccole aziende si lavora duro, anche senza qualifiche dirigenziali, e lo stipendio sale. Salendo, poi, in strutture più grandi, si acquisisce il livello di direttore di divisione, si lavora di meno e lo stipendio è alto. In aziende ancora più grandi, la mole di lavoro diminuisce ed aumenta lo stipendio.

A parte la provocazione di Bolchover, in molte aziende, comunque, si lavora davvero poco. Trovano sempre il proprio spazio sia gli imboscati, sia i depressi ed i frustati, nel cui animo la motivazione di inizio incarico lascia presto il posto al disimpegno.

Secondo alcuni, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna il 20% della forza lavoro delle aziende medio-grandi è “attivamente disimpegnato”. Il 15% naviga in Internet per motivi personali.

Occorre ridare senso al lavoro, rilanciare la partecipazione, introdurre incentivi di produzione, adottare pratiche meritocratiche trasparenti, investire sui quadri. Perché il problema (di grave problema si tratta) non appartiene solo alla sfera del pubblico impiego.

Zumwinkel e Cuffaro, ovvero dell’etica e della politica

Inserito in: Annotazioni, Economia, Internazionale, Politica

I tedeschi, si sa, non sono mai stati teneri nei confronti degli italiani. Sicuramente non lo sono di questi tempi, con l’ennesima crisi di governo, gli “show” dei nostri parlamentari in aula e consimili amenità.

Tutto sommato, la vicenda di Klaus Zumwinkel ristabilisce un po’ di equilibrio. Zumwinkel è il presidente di Deutsche Post, indagato per evasione fiscale e in stato di libertà dopo aver pagato una importante cauzione. Allora anche in Germania non mancano i problemi. Allora anche in Germania la dimensione etica negli affari e nella società scricchiola.

Però in Germania - a differenza di quanto avviene in Italia - la vicenda è stata messa in piazza. E’ stata utilizzata come deterrente contro l’evasione fiscale. La Germania, insomma, ha dimostrato di volersi opporre con forza al declino morale. Da noi, invece, Casini ci fa sapere che - alle prossime Politiche - Cuffaro sarà candidato nelle liste dell’Udc, nonostante la condanna subita in primo grado per favoreggiamento e rivelazione di segreto d’ufficio.

Un motivo in più offerto ai tedeschi per deriderci. E, almeno a volte, non hanno neanche torto.